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ItaliaOggi - Numero 206   pag. 7  del 02/09/2021
politica
Se l'occidente non vuol farsi cogliere come alla vigilia dell'attacco alle torri gemelle

Kabul, un sorvegliato speciale

Federico Niglia, docente all'università di Perugia

di Alessandra Ricciardi




Con il nuovo regime talebano bisognerà trattare». Una nuova guerra in Afghanistan? «Ipotesi peregrina, Biden dovrebbe ammettere di aver fatto un errore strategico ad andare via». Così Federico Niglia, consigliere scientifico dello Iai, l'Istituto affari internazionali, e docente di Relazioni internazionali all'Università degli stranieri di Perugia. Che in merito al ruolo della Ue nel nuovo scenario afghano dice: «Prima deve risintonizzare i vari Stati sui valori fondamentali. Nel 2001 siamo andati a rimorchio degli Usa».

Domanda. Dopo 20 anni di occupazione occidentale, l'Afghanistan è di nuovo in mano ai talebani. Tornerà a essere quello che era prima?

Risposta. È difficile immaginare una chiusura dell'Afghanistan paragonabile a quella degli anni '90, del pre 11 settembre, quando i talebani hanno gettato le basi per la nascita di Al Qaeda e in generale per un vasto e ramificato movimento anti americano e anti occidentale.

D. Perché?

R. Oggi sappiamo che i talebani non possono essere lasciati senza controllo e monitoraggio. Sarebbe un rischio troppo alto per tutti. L'Afghanistan si trova a essere un sorvegliato speciale, l'effetto sorpresa che avrebbe potuto avere il regime dei talebani in passato diciamo che è scongiurato. C'è poi una dinamizzazione dell'intera area che fa sì che non possa esserci un semplice passaggio di mano del potere a cui gli attori internazionali restano indifferenti.

D. Dopo l'abbandono dell'area da parte degli Usa, che strumenti di controllo ci sono da parte del fronte occidentale?

R. Sicuramente bisogna cercare strumenti di gestione della crisi diversi da quelli che sono stati elaborati nel 2001 quando si trattava di reagire all'attentato delle Torre gemelle. Allora la questione era stata impostata come risposta al terrorismo, ed era tutto sommato molto più semplice. Ora la sfida è la tutela dei diritti umani. Quello che prima era un corollario della sicurezza ora diventa il dossier principale.

D. Nel vertice dei ministri degli interni europei, la posizione che è emersa è riassumibile nella formula “aiutiamo gli afghani a casa loro”. Funziona?

R. Aiutiamoli a casa loro è formula di comodo, che toglie molte castagne dal fuoco agli europei, visto che non tocca le sensibilità di Paesi che hanno già manifestato la loro ostilità al tema dei migranti. Ma rischia di essere una formula vuota, perché per aiutarli a casa loro è necessario avere una casa che sia aperta. Non solo in uscita ma anche in entrata. È allora necessario acquisire la disponibilità delle forze afghane a garantire l'accesso a soggetti esterni, forze internazionali o singoli Stati. Ovviamente sotto condizioni.

D. Quali condizioni?

R. Vi diamo sostegno economico, aiuto allo sviluppo, ma chiediamo corridoi umanitari, la garanzia del diritto alla educazione e il rispetto delle donne se non proprio la parità di genere. Insomma trattare con il nuovo regime, non chiedendo loro quello che non potranno garantire mai.

D. E la via delle sanzioni?

R. In Iran non è stata proficua e non farebbe altro che rendere ancora più difficile la vita alla popolazione locale.

D. La fine dell'influenza americana potrebbe essere colmata dall'interesse russo o cinese per l'area afghana?

R. Occorre cautela nel fare previsioni. L'Afghanistan fa gola alle grandi potenze per la sua posizione strategica, consente di avere un'apertura verso la Via della seta, l'Iran e l'India. Ma è anche un grande problema: per i russi, a cui l'Afghanistan evoca un cocente fallimento, la prima presa d'atto della fine del potere sovietico; per la Cina, che guarda sempre con timore ai fenomeni integralisti e non ama gli scenari incerti per la gestione dei propri affari. Insomma, molti vorrebbero stare sul territorio afghano, ma nessuno è disposto veramente a farsi carico di tutti i problemi che ne discenderebbero. L'Afghanistan è la tipica questione internazionale che nessuna singola potenza può gestire da sola.

D. La missione americana della nation building, la costruzione di un paese democratico, è fallita.

R. Non ci siamo riusciti. Bisognerà cucinare qualcosa di nuovo, utilizzare gli strumenti di pressione politica, la leva economica, la promessa di integrazione e di sviluppo.

D. Una nuova guerra è realistica?

R. Ci sono due constatazioni che la rendono peregrina. La prima: per Joe Biden significherebbe prendere atto di aver commesso un errore strategico ad andare via. Piuttosto Biden vuole rendere più digeribile agli americani il ruolo internazionale degli Usa attraverso le Nazioni unite, strumento verso il quale Trump aveva un rigetto dogmatico e che invece può permettere una soluzione nel breve periodo, per la gestione dell'emergenza umanitaria, e nel medio-lungo per mantenere l'Afghanistan aperto.

D. La seconda ragione ostativa?

R. Non vai a fare la guerra su un territorio dove non hai un attore di riferimento locale. I talebani hanno divorato tutti quelli che dovevano essere i pilastri degli americani.

D. La fuga di migliaia di afghani non è la prova che il regime non ha un consenso di massa?

R. C'è un grido di aiuto, un disagio profondo, ma è troppo magmatico, non è strutturato. E questo non consente a chi viene da fuori di creare rapporti sul territorio proficui per un attacco militare.

D. In questo nuovo scenario, l'Europa che ruolo può avere?

R. Possono avere un ruolo i singoli Stati, come l'Italia che ha maturato una esperienza importante nel controllo di aree importanti come Herat. E può averlo l'Unione europea, se riuscirà a risintonizzare i vari Stati sui valori su cui essere Unione europea anche all'esterno. È dal 2008 che assistiamo a una disgregazione progressiva sul tema dei valori fondanti. E non risolve la questione il decidere quanti profughi accogliamo e come, quali progetti finanziamo. Nel 2001 siamo andati a rimorchio degli Usa. E ora? L'Afghanistan è il banco di prova di che Europa siamo.


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