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ItaliaOggi - Numero 130   pag. 5  del 03/06/2015
politica
È la tesi di fondo di Giuliano da Empoli nel suo libro «La prova del potere» (Mondadori)

Il post 68 è parto di Berlusconi

È basato su un edonismo di chi vuol godere il presente

di Goffredo Pistelli twitter @pistelligoffr





Marco Travaglio c'è andato giù duro con Giuliano da Empoli, commentando sul Fatto l'uscita del suo libro, La prova del potere (Mondadori), che racconta la rivolta generazionale nella politica italiana. Ha rinfacciato all'autore, romano ma nato in Francia nel 1973, l'esser figlio di suo padre, l'economista Antonio, consigliere di Bettino Craxi, l'essersi laureato (sic) con Sabino Cassese, l'aver fatto il consigliere di Antonio Maccanico, di Francesco Rutelli e, ora, di Matteo Renzi, per il quale fece anche l'assessore alla cultura a Firenze. Insomma, di non essere credibile. Dinanzi a un simile ukase, molti commentatori hanno accantonato questo libro che, al contrario, merita di essere dibattuto.

Domanda. Da Empoli, lei spiega che l'Italia, come la Cina, ha vissuto una sorta di Rivoluzione culturale, nefasta anche se alla buona: quella della Seconda Repubblica, col trionfo dei Sessantottini al potere. E che resiste ancora.

Risposta. È un lascito pesante, che ci accompagnerà per molto tempo.

D. Lei ha scritto che in questi vent'anni abbiamo puntato a diventare «ilpaese dei balocchi di Berlusconi: una specie di sogno americano adatto ai gusti delicati di un oligarca russo» e, nel contempo, «il paese normale di D'Alema: una sorta di utopia germanica vista attraverso lo sguardo allegro di un impiegato statale bulgaro».

R. Esatto, e il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: un paese più povero e meno presente sulla scena del mondo. Smarrito come sel'avessero ibernato, per poi svegliarlo dopo un quarto di secolo.

D. Col '68 che ha le sue colpe.

R. Dopo aver trasformato le abitudini e i costumi degli italiani, gliorgogliosi combattenti del '68 e del '77 si sono affacciati alla ribalta dell'inizio degli anni '90, appena in tempo per dare il colpo di grazia alla Prima Repubblica.

D. Li descrive ferocemente: «Tonici, magri, eleganti: pronti ainaugurare la stagione delle mani pulite e delle giacche di velluto, dellasocietà civile e del culatello responsabile...

R. Sì, un'era nuova, fondata sul principio che bastassero facce nuove e le migliori intenzioni per assicurare la rinascita delle istituzioni e della politica. Avevano la cesura fin dentro il Dna, dopo aver scritto sui muridelle facoltà: «Vogliamo essere orfani». L'idea che un mondo nuovo possa essere sorgere dal nulla, senza precedenti. L'idea che tuttoquello che c'era prima fosse abuso e tradimento e quello che verrà dopo, armonia. La spiaggia, sotto il pavé, dicevano.

D. L'ideologia della tabula rasa, chiaro. Ma poi lei scrive che il ventennio di cui sopra, malgrado i riti berlusconiani e antiberlusconiani, abbia avuto lo stesso segno e cioè che '68 e il trionfo del Cavaliere abbiano coinciso.

R. È proprio la mia impressione: più del sessantottino riluttante, Massimo D'Alema, più del sessantottino cinico, Paolo Mieli, di quello kennediano, Walter Veltroni, o di quello nichilista, Massimo Cacciari,è stato Berlusconi a incarnare i valori del '68 vincente.

D. Lei parla di un '68 più culturale che politico.

R. Certo, è la parte del '68 che ha vinto: l'edonismo di chi vuol goderedel presente, celebrare fino in fondo la rivoluzione sessuale e il culto della giovinezza. Il consumismo di chi afferma la personalità attraverso lo stile, il vestire, il tempo libero. O l'antipolitica che diffida di qualsiasi autorità.

D. Del resto, lei vede molto '68 pratico nell'epopea tv del Cavaliere.

R. Con gli Antonio Ricci e i Carlo Freccero, come maitre-à-penser. Striscia la notizia rappresenta ancora oggi il vero pilastro della Seconda repubblica. Il programma di massimo ascolto, in un canale che un signore che è stato premier per molti anni e si fa beffe continuamente di tutto. A me sembra, la cifra di quel ventennio.

D. Lei, poi, usa l'immagine di Venezia per descrivere il problema dell'Italia, ossia nella contrapposizione fra «gondolieri» e»futuristi»: i primi sono i pasdaran della conservazione, del «dov'era, com'era», i secondo i teorici della tabula rasa, del «niente vale».

R. Sì, uno scontro che si ripete in tutte le epoche fra due fronti checonsiderano entrambi il passato come una cosa immobile,priva di vita: i primi vogliono rifugiarcisi, così da scaldarsi alfuocherello della nostalgia, i secondi sognano di lasciarselo alle spalle, scappare via. I primi già a fine Ottocento, si scandalizzavano per un restauro della facciata di S.Marco. I secondi sono quelli che volevano asfaltare il Canal Grande.

D. Mi pare che i gondolieri, oggi, abbiano gioco facile...

R. Beh, i gondolieri sono storicamente molto più forti, però, paradossalmente, sono rafforzati dai futuristi: se l'approccio di chi vuole innovare è così ingenuamente radicale, i gondolieri vinceranno facilmente.

D. Per il Paese lei suggerisce un modello che è ancora veneziano, quello della Biennale, rassegna culturale che, a fine '800, si affermò nel mondo, senza essere strangolata dal passato della città, anzi sapendolo reinterpretare e ricomprendere.

R. Sì è l'idea di fare i conti con quello che si ha, senza accontentarsidi rifare la Regata storica nel Canal Grande, né di volere un nuovo sogno futurista come fu, in certa misura, Porto Marghera.

D. Lei fa anche l'esempio di Matera che, per decenni, è stata considerata un scandalo per il Paese, un luogo degradato: le cose cambiarono quando qualcuno cominciò a valorizzare i Sassi e a farne un'opportunità.

R. Quello che penso, a costo di scandalizzare i gondolieri, è occorra fare operazioni un po' aggressive: prendere il patrimonio e farci qualcosa. Se lo tratti come un museo, rischi di non riuscirci.

D. Infatti, nel libro nota come la differenza fra consumo e cultura tenda a stemperarsi e come le aziende si trasformino in operatori culturali, impegnati, lei dice, «a raccontare storie sempre più intriganti, pescandonel mito, nella tradizione, nell'arte».

R. La storia dell'arte mi sembra che dica esattamente questo. Le stagioni più gloriose sono quelle in cui si è combinata con altro: dalla religione, alla politica e al potere, al commercio. Di per sé lacommistione non mi scandalizza. Quella dell'arte come e della cultura come nicchia, come mondo a parte è una concezione ideologica e novecentesca.

D. I gondolieri inorridiscono, hanno l'incubo dei privati.

R. Certo. A loro si potrebbe rispondere con una bella frase degli anni '80 dell'economista Paolo Sylos Labini, volevo inserirla nel libro ma poi non l'ho fatto.

D. E che cosa diceva?

R. Rispondeva alle critiche di chi protestava per l'ingresso dei private nella scuola.

D. La storia si ripete...

R. Sì, Sylos Labini diceva, più o meno, che «ai privati bisognerebbe rinfacciare non di mettere mano alla scuola, ma di fregarsene altamente». E anche per la cultura e l'arte, il rischio è semmai questo: che se ne freghino.

D. Ora sono al più maltollerati...

R. Certo. Il privato ha semmai diritto ad apportare danari, mai di metterebocca. Il concetto del contributo «a fondo perduto», cui si riconosce, almassimo, la defiscalizzazione.

D. E non solo. Guardi quali e quante polemiche ha suscitato la targa della Tod's di Diego Della Valle per i restauri al Colosseo.

R. Infatti, ciò che si impedisce, oggi, è che il privato possa dare uncontributo di capacità, di esperienza, di progetto, per valorizzare unpezzo di patrimonio. Eppure avremmo anche l'esempio, virtuoso, di Ercolano.

D. Impossibile, i gondolieri sono pronti a prendere tutti a colpi di remo sulla testa.

R. L'idea che non debba essere possibile è drammatica e peraltro resiste solo da noi. Prendiamo la Francia, che ha sempre avuto un modello accentrato e statalista, quindi perfetto secondo l'ottica ultraconservativa.

D. E che cosa hanno fatto?

R. Hanno costituito un'unica agenzia per la valorizzazione dei diritti del loro patrimonio artistico, vanno a negoziarli in tutto il mondo, hanno aperto il Louvre ad Abu Dhabi. Il fatto è che la foresta pietrificata sta portando alla morte tutto il patrimonio artistico, che si impoverisce e si immiserisce.

D. Nel libro, però, cita il critico d'arte Tomaso Montanari che, per usare le sue categorie, potrebbe essere il principe dei gondolieri dei quali l'antichista Salvatore Settis sarebbe il re. E lo fa con parole piene di rispetto: dice che alcune delle sue cose le condivide.

R. Lo penso. Montanari fa una crociata molto salutare in tutta la parte che insiste sull'arte come crescita civile e nell'invettiva contro i managerimprovvisati e i ciarlatani, di cui questo mondo è pieno. Lo fa con grande serietà e per questo lo apprezzo.

D. Lei partecipò alla fase di dialogo con Renzi sindaco, quella che portòlo stesso Montanari a calcare il palco della Leopolda nel 2011. Dopo fu un critico durissimo del premier.

R. Il nostro dialogo si interruppe sull'operazione della ricerca dell'affresco di Leonardo nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.

D. Lui e altri, vi accusarono di vandalizzare Vasari.

R. Ma figuriamoci! Era un'operazione di cui resto convinto. A proposito di Montanari, poi, non posso concordare sulla difesa che fa del sistema delle Soprintendenze, un modello che ha avuto molti meriti, ma che ora ha smesso di funzionare. Né posso seguirlo nella guerra santa contro qualsiasi impiego commerciale o politico dell'arte e del patrimonio.

D. La via, lei spiega, è quella di reinterpretare continuamente il nostro patrimonio culturale. E cita Goethe: «Ciò che hai ereditato dai padri,riconquistalo se vuoi possederlo davvero».

R. Come ha dimostrato Fernand Braudel è quello che abbiamo sempre fatto, dal '500 a oggi, cioè da quando non siamo più stati economicamente centrali, riuscendo sempre, per ondate successive, a reinventare la cultura.

D. Citando Guerra e Pace, lei dice che oggi abbiamo bisogno di un generale Kutuzov e non di un principe Andrej. Oppure richiama il Deng del dopo Mao, che seppe vedere la forza della Cina, reinventando Canton. Oggi abbiamo Renzi, basterà?

R. Il libro non è un peana al renzismo.

D. E infatti non lo è.

R. Ma siamo in una fase nuova: non si tratta di un episodio, non è che, dopo, si torni indietro. Come diceva Joseph De Maistre dellaRivoluzione francese: «Pensavamo di assistere a un evento, e invece èun'epoca».

D. Diranno che questo è il libro di un futuro ministro della Cultura.

R. Al contrario. C'è chi sviluppa l'analisi e chi deve stare nella dimensione operativa. È bene che le due funzioni si parlino, ma difficilmente possono coincidere. Chi mi conosce sa che per me anche solo fare l'assessore, esperienza che non rinnego affatto, è stata dura.

D. Meglio fare il presidente del Gabinetto Viesseux, come adesso.

R. Un'esperienza eccitante. E che, se vuole, ci riporta al punto.

D. Perché?

R. Perché questo svizzero geniale, Giovan Pietro Viesseux, ai primi dell'800, proponeva un luogo con riviste e libri da tutto il mondo ai viaggiatori e ai letterati di passaggio a Firenze. E per il quale si pagavaun abbonamento. Era un'impresa culturale e commerciale assieme, che si tratta di far rivivere, non di mummificare. Anzi...

D. Anzi?

R. Dal 10 al 13 giugno facciamo il Festival Von Rezzori, con scrittori datutto il mondo. Lo scriva, per cortesia.

D. Fatto.

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