
«Gli investimenti globali sul clima hanno raggiunto nel 2017 e nel 2018 in media i 579 mld di dollari». «I fondi pubblici rappresentano il 44%» di questa torta, «gli investimenti privati il 56%». Già, ma chi investe? E cosa ci guadagna? «Chi investe nel clima mira allo stesso guadagno che gli deriverebbe da investimenti tradizionali». E ancora: «Fondi d'investimento e investitori istituzionali hanno più che triplicato il proprio portfolio nel settore clima tra il 2015/2016 e il 2017/2018». A sciorinare questi numeri è Barbara Buchner, economista austriaca, amministratore delegato globale di Climate Policy Initiative e direttore esecutivo del programma Climate Finance. ItaliaOggi l'ha raggiunta per capire come si muovono i grandi capitali sul tema. Buchner è reputata una delle 20 donne più influenti sul climate change e una delle 100 persone più ascoltate al mondo in politiche del clima: dirige il Global Innovation Lab for Climate Finance (the Lab) e i programmi gemelli in Brasile e India. Consiglia i decisori su investimenti in clima, energia e uso del suolo in tutto il pianeta. Ed è membro dell'advisory board di Fondazione Barilla, che ha realizzato il report «Fixing the Business of Food» sulla sostenibilità del cibo, assieme ad altri tre think tank. Studio le cui proposte sono riassunte in tabella.
Domanda. Dott.sa Buchner, lei è al vertice del Climate policy iniziative, un sodalizio politico finanziario sul clima composto da 70 analisti e consulenti, che lavora per migliorare le politiche energetiche e di utilizzo del suolo in tutto il mondo, con particolare attenzione alla finanza. Cosa fate esattamente?
Risposta. Coordino il lavoro che la Climate Policy Initiative porta avanti attraverso sei uffici sparsi nel mondo. Si tratta di una vasta gamma di progetti e ricerche mirati all'individuazione di strumenti finanziari per investire nell'economia verde, oltreché della consulenza fornita a istituzioni pubbliche e organizzazioni private sull'impatto ambientale prodotto dalle loro decisioni.
D. La vostra compagine non ha scopo di lucro ed è stata sostenuta principalmente da Open Society Foundations del finanziere George Soros; nel 2019 Open Society non ha più contribuito, ma altri 30, tra governi ed enti, lo hanno fatto. Perché questi grandi player finanziari sono così attenti al climate change e finanziano iniziative tese a modificare i paradigmi produttivi attuali?
R. Non posso parlare a nome dei nostri sostenitori circa le loro specifiche motivazioni. Tuttavia, posso affermare che molte persone e organizzazioni in tutto il mondo sono preoccupate per gli effetti che il cambiamento climatico sta avendo sull'ambiente e sull'economia. Dunque, dal mio punto di vista, è naturale che si parta dall'individuazione di politiche migliori, metodi di produzione e strumenti finanziari capaci di mitigare questi effetti.
D. Tra i vostri fondatori ci sono alcune tra le più importanti agenzie governative al mondo: France Trésor, l'Atlantic Council, la Rockefeller Foundation, l'Ifad, Bloomberg, i ministeri tedeschi per lo sviluppo e la cooperazione economica e per l'ambiente, Uk Pact e i dipartimenti del governo britannico per l'energia e lo sviluppo. Cosa unisce tutti questi soggetti tra loro, al di là della evidente appartenenza al blocco atlantico e atlantista? Quale visione per il mondo che verrà?
R. Ancora una volta, non posso parlare a nome di governi e altre organizzazioni ma la principale pubblicazione del CPI, Global Landscape of Climate Finance, mostra un flusso crescente di investimenti a favore di un'economia più verde, seppur lontano dal reale fabbisogno. Nell'ambito degli Accordi di Parigi, e del precedente Protocollo di Kyoto, gli stati e le istituzioni che si occupano di sviluppo cercano strumenti per mitigare l'emissione di CO2 e permettere la transizione del sistema produttivo e energetico verso modelli sostenibili. La missione della CPI è aiutare i governi, come le imprese e le istituzioni finanziarie, a prosperare economicamente e, allo stesso tempo, contrastare il cambiamento climatico. La nostra idea è di costruire un'economia globale più sostenibile, resiliente e inclusiva.
D. Tra i partners del suo network ci sono soprattutto alcuni tra i più grandi colossi finanziari al mondo: Alliance, Black Rock, il Banco di sviluppo dell'America Latina, il ministero delle finanze indiano, il Banco Central do Brasil, Deutsche Bank, European Investment bank ed European Bank, World Bank, più diverse agenzie che lavorano nel campo dell'energia sostenibile, investono nelle rinnovabili. Questi soggetti mobilitano immense risorse in tutto il mondo. Quale la mole di finanziamenti che riescono a investire per modificare i paradigmi produttivi in direzione della sostenibilità?
R. Il Global Landscape of Climate Finance del CPI mostra come gli investimenti sul clima abbiano raggiunto nel 2017 e nel 2018 in media 579 miliardi di dollari. I fondi pubblici rappresentato il 44%, gli investimenti privati il restante 56%. L'ammontare investito da ciascuna organizzazione andrebbe chiesto singolarmente ad ogni organizzazione.
D. E quali ricavi ottengono o pensano di ottenere da questi investimenti?
R. Le organizzazioni che investono nel clima spesso mirano allo stesso guadagno che deriverebbe loro da investimenti tradizionali. Una parte importante del lavoro condotto dalla CPI, attraverso il Global Innovation Lab for Climate Finance consiste nel supportare gli imprenditori a ideare e sviluppare strumenti capaci di indirizzare miliardi di dollari a favore del contrasto al cambiamento climatico. In qualche misura, il successo dipende dalla capacità di assicurare agli investitori lo stesso ritorno economico che avrebbero ottenuto con altri investimenti.
D. Come si stanno comportando i grandi fondi di investimento?
R. Fondi d'investimento e investitori istituzionali hanno più che triplicato il proprio portfolio nel settore del clima tra 2015/2016 e 2017/2018. Gli investimenti sono stati diretti principalmente a favore della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a dimostrazione che il mercato delle energie alternative viene percepito progressivamente come più maturo e meno rischioso.
D. Cosa finanzia Climate Finance?
R. Esistono diverse definizioni di climate finance. Nel Global Landscape of Climate Finance utilizziamo quella raccomandata dal comitato permanente per la finanza dell'Unfccc, la convenzione quadro dell'Onu sul clima (si veda UNFCCC SCF, 2014, 2016, 2018): «La climate finance mira a ridurre le emissioni, favorire la diminuzione dei gas a effetto serra, ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza di esseri umani e ecosistemi nei confronti degli effetti negativi del cambiamento climatico». La nostra metodologia è illustrata più ampiamente qui. In concreto la climate finance è l'investimento a favore di progetti come rinnovabili, efficienza energetica, trasporto elettrico, uso sostenibile del suolo, riforestazione, solo per citarne alcuni.
D. Il Covid ha cambiato l'economia mondiale. Le iniziative di smart working si moltiplicano. La digitalizzazione è tumultuosa. I processi di implementazione di tecnologie 4.0, robotica, IoT, blockchain e il famoso (o famigerato) 5.0 costituiscono il nuovo paradigma. Dal suo punto di vista, queste iniziative vanno finanziate per rendere logistica, lavoro e produzione meno impattanti?
R. Le nuove tecnologie pulite e l'uso verde della tecnologia sono sempre benvenuti. Al Lab abbiamo due strumenti di climate finance basati sulla tecnologia blockchain, Blockchain Climate Risk Crop Insurance e GROVE: Forestry Smart Ledger (FSL).
D. C'è il rischio che tutto questo aumenti il divario tra un'élite finanziaria globalista sempre più ricca e masse sempre più povere, anche a causa del digital divide?
R. Mi ricollego alla precedente domanda. Entrambi gli esempi che ho citato sono rivolti ai mercati emergenti con l'obiettivo di creare posti di lavoro e ridurre la povertà: Africa e Asia meridionale.
D. In campo agroalimentare, gli allevamenti intensivi sono spesso sotto accusa per via delle emissioni di CO2. Ha ricette a riguardo?
R. Mi piacerebbe avessimo un'unica ricetta per risolvere il problema, ma non è così semplice. Tuttavia, stiamo sviluppando sistemi che possono essere testati, usati e adattati in base al contesto, alle circostanze e alla geografia. Una tecnica promettente è l'Integrated crop-livestock-forest systems (ICLF), che combina sistemi di produzione differenti, con effetti benefici su economia e ambiente. Uno degli strumenti sviluppati quest'anno dal Lab, Sustainable Agriculture Finance Facility, mira a favorire l'adozione di sistemi ICLF in Brasile e un test verrà lanciato a breve.
D. In campagna elettorale, Joe Biden ha detto che vuole una decarbonizzazione del modello energetico Usa e questa affermazione poteva essere pagata a caro prezzo nelle urne. Che ne pensa?
R. Rappresenta un impegno importante che viene dagli Stati Uniti e può fungere da esempio per altri Paesi e per il mercato, influenzando le politiche future in tutto il mondo. Sarebbe anche un passo importante proveniente da un paese responsabile, da solo, di una quota rilevante delle emissioni globali.
D. Lei opera anche in Brasile, dove è in atto una feroce espansione di coltivazioni a soia e riduzione dei margini della foresta amazzonica. Come legge questo processo di radicalizzazione monoculturale delle produzioni?
R. Dobbiamo creare più opportunità di investimento in sistemi di produzione agricola sostenibile. Il programma del nostro Lab in Brasile mostra qualche soluzione promettente per aumentare l'adozione di pratiche sostenibili. Il Brazil Policy Centre della CPI lavora anche alla ricerca e all'analisi delle norme che regolano l'uso del suolo e il loro impatto sull'ambiente.
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