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LaPrevidenza.it - Pensioni

Reversibilità: la vita prematrimoniale pesa sulla ripartizione della pensione tra due vedove

Cassazione civile  sez. I,  10 maggio 2013,  n. 11226

A.A., moglie divorziata di C.E., deceduto il (OMISSIS), agiva in giudizio nei confronti di F. A., moglie superstite del C., nonchè dell'Istituto Nazionale di Previdenza per i dipendenti dell'Amministrazione pubblica(Inpdap) e del Ministero del Tesoro, per ottenere il riconoscimento del proprio diritto ad una quota della pensione di reversibilità e del trattamento di fine rapporto, traenti origine dal rapporto di lavoro del C., quale magistrato della Corte dei Conti, col competente Ministero del Tesoro. Il Tribunale di Roma, con sentenza del 5 aprile 2003, respinta l'eccezione di incompetenza territoriale, determinava la quota spettante al coniuge divorziato della pensione di reversibilità nella misura del 70% e quella spettante al coniuge superstite nella misura del 30%, sulla base della maggior durata del primo matrimonio, protrattosi dal 31 gennaio 1979 sino al passaggio in giudicato della sentenza di divorzio del 27 giugno 1992, rispetto a quella del secondo matrimonio, contratto il 27 aprile 1993 e cessato per la morte del C. il (OMISSIS); rigettava la domanda della A. diretta ad ottenere dalla F. la restituzione delle somme relative alla pensione di reversibilità percepite in misura superiore a quella spettante alla moglie superstite; riconosceva il diritto dell' A. ad una quota del trattamento di fine rapporto dell'ex coniuge nella misura del 40% dell'indennità totale corrisposta al C. per i 36 anni di lavoro prestato, e condannava la F., quale erede del C., al pagamento della predetta quota, liquidata nella complessiva somma di L. 45.922.561; compensava infine tra la parte attrice e le Amministrazioni convenute le spese processuali, mentre condannava la soccombente al pagamento delle spese processuali a favore dell' A. nell'importo come liquidato.

Proponeva appello la F., a cui l' A. resisteva, proponendo appello incidentale.

La Corte d'appello, con sentenza 26 settembre - 22 novembre 2002, respingeva l'appello principale e, in accoglimento dell'appello incidentale, condannava la F. al pagamento a favore della A. della somma di lire 45.922.561, con gli interessi legali dal dovuto, disponendo l'integrale compensazione tra le parti delle spese del solo giudizio d'appello.

Ricorreva per cassazione la F., e la Corte adita, con sentenza del 10 novembre 2005 - 7 marzo 2006, in accoglimento del solo secondo motivo di ricorso, cassava la decisione impugnata rinviando alla Corte d'appello in diversa composizione, per l'applicazione del principio di diritto enunciato e per la disciplina delle spese processuali, incluse quelle pertinenti al giudizio di cassazione.

Il giudizio veniva riassunto regolarmente dalla F.; si costituiva l' A., chiedendo il rigetto della domanda; anche l'Inpdap chiedeva il rigetto del gravame, mentre il Ministero del Tesoro non si costituiva in giudizio. La Corte d'appello, con sentenza in data 7 febbraio - 14 marzo 2008, ha determinato nella percentuale del 60% del totale la quota della pensione di reversibilità derivante dall'attività lavorativa prestata dal defunto C.E., da attribuire alla moglie divorziata A.A., e nel 40% la quota della medesima pensione da attribuire alla moglie superstite F.A.; ha dichiarato conseguentemente l'obbligo dell'Inpdap di provvedere con decorrenza dal primo mese successivo alla morte del C. alla ripartizione della pensione di reversibilità tra la A. e la F. secondo la proporzione suindicata, salvo il diritto di ripetizione dell'ente previdenziale nei riguardi della parte finora beneficiata di quota superiore rispetto a quella riconosciuta; ha disposto l'integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di riassunzione e di legittimità, confermando nel resto l'impugnata sentenza.

Nello specifico, la Corte del merito, premesso il principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione, ha ritenuto di dovere procedere al complessivo riesame degli elementi correttivi del criterio meramente temporale della durata dei matrimoni, al fine dell'equa ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite.

Tanto premesso, la Corte capitolina ha rilevato che la mancanza del fascicolo d'ufficio del primo grado e l'omessa integrale produzione del fascicolo di primo grado della parte convenuta, essendo quello depositato nel giudizio privo delle note a verbale d'udienza del 6 ottobre '99 davanti al G.I., che si assumeva contenessero l'articolazione della prova testimoniale, impedivano di procedere al controllo di ammissibilità e rilevanza della prova, che risultava specificamente articolata con indicazione dei testimoni soltanto nel presente giudizio di rinvio, restando quindi non verificabile la rituale tempestiva deduzione della prova richiesta (della quale comunque, nella versione esposta, emergevano la genericità e l'irrilevanza con riguardo ai capitoli numeri 2 e 3. Ciò posto, la Corte del merito ha rilevato che le prove documentali legittimamente acquisite nel corso del giudizio di merito consentivano di ritenere provate le seguenti circostanze: la durata molto modesta dell'effettiva convivenza tra l' A. ed il C., risultando i coniugi comparsi davanti al Presidente del Tribunale nel procedimento di separazione già il 17 dicembre 1980, con separazione consensuale formalizzata il 19 ottobre 1981 ed omologata il 30 ottobre successivo, cui aveva fatto seguito la sentenza di scioglimento del matrimonio, divenuta irrevocabile il 27 giugno 1992;

la relazione affettiva tra il C. e la F., documentata fin dai primi anni '80...

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