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02/01/2013 16.00 | Tutte | Indietro
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Contributo unificato, basta lo scaglione di valore

Di Sergio Trovato
Contributo unificato, basta lo scaglione di valore


Nel processo tributario il contribuente non può essere sanzionato se non specifica nel ricorso il valore della lite, ma indica lo scaglione in cui rientra la controversia per l'applicazione del contributo unificato. La norma di legge, infatti, non richiede l'indicazione esatta del «quantum» contestato, perché la sua ratio è di consentire alle segreterie delle commissioni tributarie di verificare l'importo pagato dal ricorrente. Lo ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Massa Carrara, seconda sezione, con la sentenza n. 302 dell'8 ottobre 2012.

Per i giudici tributari, è sufficiente indicare lo scaglione di valore in cui rientra la causa per determinare il contributo unificato. Nelle conclusioni del ricorso il contribuente ha specificato che la controversia ha un valore inferiore a 2.582,28 euro. E il contributo unificato dovuto è pari a 30 euro. Dunque, «non si concretizza l'omessa indicazione del valore della controversia che ha indotto la segreteria della commissione tributaria a emettere l'atto impugnato», con il quale ha irrogato la sanzione.

Peraltro, sempre la Commissione tributaria provinciale di Massa Carrara, prima sezione, con la sentenza n. 239/2012, ha chiarito che nel processo tributario non può essere applicata la sanzione di 1.500 euro prevista dalla legge se nel ricorso non viene dichiarato il valore della lite, purché il difensore lo abbia indicato nella nota di iscrizione a ruolo della controversia o in altri atti regolarmente sottoscritti. Quindi, è valida la dichiarazione di valore del procedimento resa al di fuori dell'atto introduttivo, purché sia antecedente all'iscrizione a ruolo della causa.

Va ricordato che l'articolo 37 del dl 98/2011 ha istituito, a decorrere dal 7 luglio 2011, il pagamento del contributo unificato per proporre i ricorsi innanzi alle commissioni tributarie provinciali e regionali. La misura del contributo è rapportata al valore della controversia. Gli importi variano da 30 euro, per controversie di modesto valore (fino a euro 2.582,28), fino a 1.500 euro per le controversie il cui valore supera 200 mila euro. Il contribuente per determinare l'importo del contributo deve fare riferimento alla somma dovuta, a titolo di tributo, che forma oggetto di contestazione. Non deve quindi tener conto né degli interessi né delle sanzioni irrogate dall'ente impositore con l'atto impugnato.

Nel caso in cui la controversia abbia ad oggetto solo le sanzioni applicate dal fisco con l'atto di contestazione, occorre prendere a base di calcolo il relativo importo. Incombe sul ricorrente l'onere di indicare il valore della lite, con apposita dichiarazione, nelle conclusioni del ricorso. Alle segreterie delle commissioni tributarie provinciali e regionali, presso le quali viene depositato il ricorso, spetta poi il compito di riscuotere il contributo unificato e irrogare le sanzioni in caso di omesso o parziale versamento delle somme dovute dal contribuente.

L'articolo 14, comma 3-bis, del dpr 115/2002 prevede che nei processi tributari il valore della lite debba risultare da apposita dichiarazione resa dalla parte nelle conclusioni del ricorso, anche nell'ipotesi di prenotazione a debito. In mancanza della dichiarazione, il processo si presume di valore superiore a duecentomila euro, con il conseguente versamento del contributo unificato nella misura massima di 1.500 euro, che di fatto costituisce una sanzione per l'omesso adempimento. Il contributo unificato è dovuto anche se si rinuncia al ricorso (Consiglio di stato, parere 4380/2011). La rinuncia a portare avanti il contenzioso con il fisco dà luogo all'estinzione del giudizio, ma non esonera dal pagamento.

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