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In tema di azione di rivalsa Inail

Tribunale di Milano, Sentenza 9.6.2009 n. 7515 - D.ssa Silvana Toriello
Di Silvana Toriello
In tema di azione di rivalsa Inail


La decisione del Tribunale di Milano, essendo tra le prime sentenze emanate dopo la decisione 29762/2008 SSUU Cassazione civile, offre una interessante applicazione delle statuizioni ivi contenute. Il suo esame consente di affrontare in maniera aggiornata il tema delle azioni di rivalsa dell’Inail e, più in particolare, del diritto del lavoratore al cd. danno differenziale. Il “danno differenziale”, com’è noto, si configura come quella ulteriore ed eventuale quota di ristoro derivante dall'insufficienza delle prestazioni previdenziali secondo le normali regole della responsabilità civile. Le azioni di rivalsa dell’Inail. Com’è noto le azioni di rivalsa (l’azione di regresso e l’azione di surrogazione) vengono esercitate dall’Istituto per ottenere il rimborso delle prestazioni previdenziali economiche erogate per indennizzare il lavoratore che ha riportato un infortunio sul lavoro o una malattia professionale derivati da fatto illecito. Sulla materia hanno profondamente inciso una serie di sentenze della Corte Costituzionale 887/1991,356/1991,485/1991 per effetto delle quali il giudice della legittimità ha riferito l’azione di rivalsa esercitata dall’Inail al solo danno patrimoniale connesso alla riduzione della cosiddetta attitudine al lavoro nel mentre il lavoratore infortunato, da una parte, riceveva le prestazioni previdenziali e, dall’altra, conservava intatto il diritto ad ottenere l’integrale riparazione del danno biologico e del danno morale(Cass. 15.9.95, n. 9761; Cass. 4.4.95, N. 3944; Cass. 24.4.1998, N. 4218; Cass. 16.6.2001, N.8182 Cass. 15.12.2000, N. 15859; Cass. 27.7.2001, n. 10289) ed il legislatore ha riconosciuto il danno biologico nell’ambito del sistema Inail di indennizzo e sostegno sociale. L’art.13 del D. Lgs. 38/2000 Con il Decreto Lgs. 38/2000, infatti, si introduce l’articolo 13 e quindi la tutela del danno biologico. Detto articolo così recita :"In attesa della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, il presente articolo definisce, in via sperimentale, ai fini della tutela dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, il danno biologico come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato". In base al secondo comma lett. a) dell'art. 13, la "tabella delle menomazioni comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali", comprende anche gli aspetti dinamico-relazionali del danno biologico. Con tale articolo la tutela previdenziale si estende, a far data dal 25 luglio 2000 al danno biologico. Ne è derivata una distinzione tra recupero delle prestazioni erogate dall’Inail per gli eventi anteriori al 25 luglio 2000 e recupero delle medesime prestazioni per gli eventi dal 25 luglio 2000. Nel primo caso l’unico danno su cui è pacificamente riconosciuto il diritto di rivalsa dell’Inail è quello patrimoniale nel secondo caso l’Inail può rivalersi sia sulle voci del danno patrimoniale sia sul danno biologico nei limiti dell’indennizzo erogato. L’indennizzo non comprende il danno biologico temporaneo, né le altre voci di danno più favorevolmente valutate nel regime civilistico. Restano altresì scoperte le menomazioni per i danni inferiori al 6%, nonché il danno differenziale, ivi compreso il danno biologico temporaneo e il danno morale. (Casale, Murolo, Traficante “L’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali”. Ed. Simone) Permangono,dunque, notevoli differenze per quanto riguarda il meccanismo di ristoro del danno con il sistema di risarcimento civilistico. La quantificazione del danno in sede civilistica. L' indennizzo INAIL assolve ad una funzione sociale ed è diretto a garantire mezzi adeguati alle esigenze di vita del lavoratore mentre il sistema civilistico è finalizzato a risarcire il danno nell'esatta misura in cui si è verificato. Per quanto riguarda la quantificazione del danno in sede civilistica, occorre distinguere le diverse voci di danno:1. danno patrimoniale, determinato in base al lucro cessante e danno emergente, secondo parametri reddituali2. danno biologico, liquidato equitativamente o tenendo conto della percentuale della ridotta capacità lavorativa, stabilendo una certa somma per ogni punto di riduzione o per ogni punto tabellare 3. danno morale, come prezzo delle sofferenze fisiche e psichiche patite, se vi è reato, liquidato equitativamente. In caso di infortunio sul lavoro ascrivibile a responsabilità datoriale, compete al lavoratore infortunato il risarcimento del danno morale, nonché il risarcimento del danno biologico, da ridursi equitativamente del 50% in funzione alla rendita Inail percepita, che copre quella parte del danno biologico che si ricollega alla diminuzione della capacità lavorativa generica (Pret. Milano 9/3/96)4. danno esistenziale, per alcuni rientrante nel danno biologico, per altri danno autonomo per lesione dei diritti di personalità e realizzazione ex art. 2087, nel rapporto di lavoro, s'intende. Liquidato equitativamente. Pertanto al datore di lavoro residuano: 1. la quota di danno biologico eventualmente non erogata dall'INAIL ( secondo la data del sinistro) , comprensiva del biologico statico, dinamico, invalidità totale, temporanea totale e temporanea parziale;2. il danno morale;3. il danno esistenziale. La lesione della personalità morale del dipendente costituisce violazione dell'art. 2087 c.c. e dà luogo ad un danno esistenziale, la cui nozione è distinta da quella del danno biologico, che presuppone un pregiudizio alla salute fisica o psichica, e da quella del danno morale, che consegue quando il fatto lesivo costituisce ipotesi di reato; l'ammontare del danno esistenziale è quantificabile in via equitativa, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2056 e 1226 (Trib. Pisa 6/10/2001). Le sentenze della Cassazione, in particolare le sentenze del 2003. Il danno esistenziale. Il danno esistenziale, secondo la storica sentenza 233/2003 della Corte Costituzionale (preceduta dalle sentenze 7281, 7282, 7283 del 12 maggio 2003 e nn.8827 e 8828 del 31 maggio 2003 della Corte di Cassazione) consiste nella lesione di diritti o interessi, costituzionalmente protetti, inerenti alla persona umana, diversi dalla salute, che riguardano “diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica” (Cass. n. 8828/03) . Nell’articolo 2059 sono presenti tre fattispecie di danno :il danno morale soggettivo, rappresentato dalla reazione emotiva immediata e transeunte cagionata dall’illecito, il danno derivante dalla lesione di un interesse costituzionalmente protetto, identificato dalla Consulta del 2003 con il danno esistenziale, che consiste nel peggioramento delle condizioni esistenziali della vittima dell’illecito, ed il danno biologico, che rappresenta la lesione all’integrità psico-fisica della persona (Cass. 15 gennaio 2005, n. 729). Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno riconosciuto piena cittadinanza nell’ordinamento giuridico al danno esistenziale, (Cass., SS. UU., 24 marzo 2006, n. 6572; nello stesso senso Cass. 12 giugno 2006, n. 13546).In particolare la sentenza 30 ottobre 2007, n. 22884, la S.C. ha posto le premesse per ricomporre definitivamente il contrasto insorto tra le sezioni semplici che hanno a volte affermato l’autonoma risarcibilità del danno esistenziale rispetto a quello biologico ed a volte escluso che può costituire oggetto di tutela una generica categoria di danno esistenziale, sostenendo che “nel bipolarismo risarcitorio (danni patrimoniali e danni non patrimoniali) previsto dalla legge, al di là della questione puramente nominalistica, non è possibile creare nuove categorie di danni, ma solo adottare per chiarezza del percorso liquidatorio, voci o profili di danno, con contenuto descrittivo (ed in questo senso ed a questo fine può essere utilizzata anche la locuzione danno esistenziale, accanto a quella di danno morale e danno biologico), tenendo conto che da una parte deve essere liquidato tutto il danno, non lasciando privi di risarcimento profili di detto danno, ma che dall'altra deve essere evitata la duplicazione dello stesso, che urta contro la natura e funzione puramente risarcitoria della responsabilità aquiliana”. La sentenza n. 29762/2008 SSUU Cassazione civile. Secondo la sintesi fattane in “Il danno biologico differenziale anche alla luce della sentenza della SC di Cassazione a Sez. Un. n. 26972/2008” da Mariella Ianniciello la Corte di Cassazione con la decisione del novembre 2008 n.29762 ha confermato i seguenti principi: 1) la tipicità del danno non patrimoniale che è risarcibile solo nei casi determinati dalla legge o comunque è configurabile nei casi di lesione di beni-interessi di valenza e rango costituzionale (salute - integrità della famiglia ovvero i vincoli di natura familiare… integrità morale) e non è non suscettibile di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate; 2) la personalizzazione del danno; 3) il divieto di indebite locupletazioni o duplicazioni; 4) l’estensione del danno morale, da intendersi come lesione di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili della Costituzione, sganciato dalla ristretta accezione di “pretium doloris” transeunte conseguente ad un fatto reato; 5) il danno conseguenza, con onere di specifica allegazione e di prova a carico del danneggiato; 6) la gravità dell’offesa e la serietà del danno. Non sono venute meno le diverse tipologie di pregiudizi riconducibili all’illecito, ognuno specificamente connotato secondo le definizioni già formulate dalla giurisprudenza (si veda da ultimo Cass. Sez. III, 12 dicembre 2008 n. 29191 nonché Corte di Cassazione Sez. Lav. 19 dicembre 2008 n. 29832 ) . In relazione al profilo della determinazione del quantum debeatur, il Giudice dovrà tener conto della omogeneità del valore protetto, ma al contempo pervenire ad un ristoro integrale del danno, evitando duplicazioni. Va infine solo precisato che la ricostruzione unitaria della categoria del danno non patrimoniale, offerta dalla Sezioni Unite della SC di Cassazione, con l’inclusione nel danno biologico anche degli aspetti dinamico relazionali e la estensione del danno morale nel senso anzi detto, non consente di includere nell’indennizzo Inail (relativo al danno biologico) anche il danno morale e/o esistenziale , in modo da ricondurre (attrarre) nel danno “differenziale” anche dette poste di danno (che rientrano invece nella nozione di danno complementare). Deve essere infatti ribadita l'estraneità degli aspetti “esistenziali” del danno alla persona dalla tutela indennitaria, che, fondandosi su criteri oggettivi e predeterminati, opera “in modo indifferenziato” su tutti i soggetti infortunati o tecnopatici; l’indennizzo INAIL non riguarda gli aspetti soggettivi e la personalizzazione del danno che restano una prerogativa della tutela risarcitoria di diritto comune” Le conclusioni del Tribunale di Milano. “Si pone anzitutto all’interprete la questione dell’omogeneità - ai fini della surroga INAIL e della liquidazione al danneggiato del c.d. danno differenziale - tra il danno biologico ristorato dal sistema previdenziale con criteri standardizzati ed il danno biologico liquidato civilisticamente in maniera “personalizzata” (comprensiva, tra l’altro, dell’intero ammontare che, in precedenza, veniva liquidato a titolo di danno morale e pacificamente riconosciuto per l’intero, in quanto non indennizzato dall’INAIL, al lavoratore). Ritiene questo Tribunale che la soluzione positiva alla questione sia imposta dallo stesso intervento del Giudice nomofilattico, che preclude ogni possibilità di scomposizione del danno alla persona in poste distintamente risarcibili, onde non incorrere in duplicazioni risarcitorie, e che, chiaramente, delinea una nozione anche ontologicamente unitaria del danno biologico, “del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente”. Non può dunque il giudice scorporare all’interno del danno non patrimoniale riconosciuto, pena la violazione di questi principi (e neppure ai soli fini della surroga INAIL), la quota relativa al danno biologico “standard” da quella relativa ad ulteriori componenti non valutate dall’INAIL ai fini indennitari.Parte della giurisprudenza - onde pervenire all’affermazione di sopravvivenza del danno morale come categoria autonoma e ontologicamente diversa dal danno biologico e della scindibilità di queste due voci di danno ai fini del riconoscimento del danno differenziale - si è adoperata in una interpretazione della sentenza n. 26972/2008 che, invero, contrasta apertamente con i principi di diritto accolti nella stessa pronuncia. Si è, in particolare, affermato che le Sez. Unite avrebbero inteso evitare solo la duplicazione risarcitoria in presenza di un danno biologico c.d. “dinamico” o personalizzato; la surroga INAIL, a sua volta, sarebbe esercitabile solo entro il danno biologico c.d. “statico” o “puro”, mentre l’ente nulla avrebbe diritto ad ottenere sul quantum riconosciuto a titolo di danno biologico “dinamico” e personalizzato e sull’intero (e ancora una volta distinto) danno morale.” Il giudice di prime cure respinge questa tesi.”Le Sezioni Unite sono tassative nell’espungere dal sistema ogni possibilità di frammentazione, a fini risarcitori, del danno non patrimoniale. Infatti, non vi sono ragioni per ritenere che la Suprema Corte abbia inteso negare l’esistenza e la risarcibilità delle sofferenze fisiche e morali in presenza di danno biologico. Le Sezioni Unite hanno semplicemente “bacchettato” i giudici (togati ed onorari), perché procedono a queste liquidazioni con errati automatismi tabellari. I giudici non si avvedono che, quando c’è lesione biologica, i pregiudizi conseguenti alla menomazione psicofisica - “il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare” e quello ravvisato nella pena e nel dolore conseguenti e cioè “nella sofferenza morale determinata dal non poter fare” - sono, in definitiva, due facce della stessa medaglia, essendo la sofferenza morale “componente di più complesso pregiudizio non patrimoniale”. Il giudice deve quindi, con congrua motivazione, “procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza”. Per altro verso, il danno biologico cui ha riguardo la normativa previdenziale non può sostanziarsi in concetto ontologicamente distinto da quello cui ha riguardo la normativa civilistica. Mentre ex art. 13 D.lgs n. 38/2000 devono essere cogentemente applicati i criteri di liquidazione standard disciplinati dalla tabella degli indennizzi, in relazione ai baréme previsti dalla tabella delle menomazioni, nel processo civile muta il tipo e l’entità della tutela che richiede una valutazione maggiormente complessa e personalizzata ai fini risarcitori. Tuttavia, non può conseguire a queste diverse modalità di accertamento e liquidazione, il venir meno del diritto dell’ente al recupero di quanto versato per il ristoro dello stesso danno. Del resto, alla luce della nozione di danno biologico prevista dall’art. 13 citato e dagli artt. 138 e 139 Codice delle Assicurazioni accolta espressamente dalle Sezioni Unite, di danno biologico “statico” e cioè del tutto avulso dagli aspetti interelazionali, ritiene questo Tribunale, “non è più dato discorrere”, perché “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.Ed ancora, proprio l’aspetto dinamico relazionale connaturato al danno biologico comporta, anche per questo verso, l’impossibilità di scindere le sofferenze fisiche e psichiche dai pregiudizi anatomo-funzionali conseguenti alla menomazione psico-fisica. Ed, infatti, ha senso accertare un pregiudizio anatomo-funzionale del tutto avulso dalla sofferenza psico-fisica?Anche una gravissima menomazione fisica, scissa da qualsivoglia sofferenza morale e/o percezione del dolore, darebbe luogo ad un irrisorio risarcimento perché, in definitiva, il vero danno consiste nella percezione “emotiva” della menomazione e delle conseguenti alterazioni delle condizioni di vita della vittima in un contesto sociale. Una differente conclusione comporterebbe proprio quella duplicazione risarcitoria del danno non patrimoniale che lo sforzo ricostruttivo delle Sezioni Unite ha inteso scongiurare, programmaticamente premettendo, nella sentenza n. 26972/2008 che già le sentenze gemelle del 2003 “avevano avuto cura di precisare che non era proficuo ritagliare all’interno della generale categoria del danno non patrimoniale specifiche figure di danno, etichettandole in vario modo (n. 8828/2003) e di rilevare che la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. doveva essere riguardata non già come occasione di incremento delle poste di danno (e mai come strumento di duplicazione del risarcimento degli stessi pregiudizi), ma per colmare le lacune della tutela risarcitoria della persona (n. 8827/2003). Considerazioni che le Sezioni Unite condividono” e pervenendo infine ad affermare che“Il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre”.In definitiva, il giudice – una volta liquidato il danno non patrimoniale civilisticamente risarcibile e conseguente alla lesione del bene salute – non può fare altro che raffrontare tale importo, senza ulteriori e non più consentiti distinguo, con il quantum erogato dall’ente a titolo di danno biologico, accogliendo la domanda di surroga per l’intero relativo ammontare (nei limiti dell’importo risarcitorio liquidato) e riconoscendo in capo al danneggiato il diritto al risarcimento dell’importo differenziale. Altra questione, posta e non pacificamente risolta in passato, e della quale ora si rende quanto mai opportuno un ripensamento, è quella relativa alla scindibilità delle poste di danno biologico e patrimoniale ai fini della rivalsa. Si potrebbe sostenere che l’INAIL possa agire in surroga per tutti gli importi unitariamente liquidati al danneggiato. In tal modo si consentirebbe all’INAIL di rivalersi per l’intero (sempre, ovviamente, nei limiti del quantum civilisticamente liquidato a titolo complessivamente patrimoniale e non patrimoniale), senza distinguere tra somma e/o quota di rendita erogata per danno biologico e somma e/o quota di rendita erogata per le conseguenze patrimoniali dell’infortunio, consentendo all’ente (in caso di maggior indennizzo erogato a titolo patrimoniale), di rivalersi integralmente erodendo così una quota dell’importo risarcitorio spettante al danneggiato a titolo di danno non patrimoniale.” Anche su questo punto il giudice di prime cure manifesta il proprio dissenso. “ Se già in precedenza i dicta tanto della Corte Costituzionale (sentenze nn. 319/1989, 87/1991, 356/1991, 485/1991), quanto della Corte di Cassazione (sentenze nn. 3944/1995, 9761/1995, 4218/1998, 15859/2000, 8182/2001, 10289/2001) avevano affermato il principio della non comprimibilità del diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale, tale principio, oggi, deve essere affermato con ancor più vigore. In altri termini, tanto la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. (che consente il completo ristoro del danno, necessariamente personalizzato conseguente alla lesione del bene salute) quanto la ricostruita netta bipolarità del sistema del danno alla persona (che impone la reductio ad unum del danno non patrimoniale, ma impedisce ogni fungibilità tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale) escludono che il diritto del lavoratore all’integrale risarcimento del danno non patrimoniale (differenziale) possa essere in qualche modo compresso dalle ragioni creditorie dell’ente assicuratore relative al costo sopportato per le conseguenze patrimoniali del sinistro. Qualora tale costo sia superiore all’importo civilisticamente liquidato a titolo di danno patrimoniale, solo questa eccedenza non potrà che restare a carico dell’INAIL, che l’ha sostenuta, per le finalità previdenziali proprie dell’ente. Se, infatti, il sistema della responsabilità civile mira a garantire il risarcimento integrale, scopo di quello previdenziale è la liberazione del lavoratore e della sua famiglia dallo stato di bisogno, in attuazione dell’art. 38 Cost., mediante prestazioni strutturate come indennizzo, ove l’eventualità di un ristoro non esaustivo del danno è compensata dall’automaticità e rapidità dell’erogazione.” Conclusioni. La sentenza aggiungendosi al variegato panorama delle decisioni sul tema certamente non conclude né esaurisce il tema in esame. La determinazione dell’oggetto della rivalsa dell’Inail e del contrapposto diritto al danno differenziale, reclamato dall’infortunato assume una particolare valenza per le importanti conseguenze che derivano dalle scelte che la giurisprudenza di merito e di legittimità è chiamata ad adottare. Queste due distinte pretese vantate, rispettivamente, dall’Istituto previdenziale e dalla vittima dell’infortunio sono inversamente proporzionali e tra loro contrastanti dal momento che con l’espandersi dell’oggetto dell’azione di rivalsa si riduce la capienza del danno differenziale e viceversa. Apparentemente può sembrare che la suddetta questione riguardi solo l’Istituto previdenziale e l’infortunato, ma, in realtà, la soluzione giurisprudenziale, che avrà il sopravvento, interesserà anche indirettamente il datore di lavoro, che finanzia la gestione previdenziale affidata all’Inail e che subisce l’aumento della pressione contributiva a fronte del verificarsi degli infortuni sul lavoro o delle malattie professionali e del mancato o parziale recupero delle prestazioni previdenziali erogate con l’azione di rivalsa. Così Andrea ROSSI – Avvocatura generale dell’Inail (-Incontro di studio sul tema: “La responsabilità civile da circolazione stradale:aspetti processuali e sostanziali – In particolare “Il danno differenziale in materia di infortuni di lavoro, la surroga e il regresso”.) che continua “Se, dunque,nel 1991, l’esigenza di garantire un integrale ristoro del danno biologico, voce di danno non indennizzata dall’Inail, prevalse rispetto all’esigenza del datore di lavoro di non vedersi vanificare, come poi in effetti avvenne, la regola del parziale esonero, oggi forse la giurisprudenza è chiamata, prima di determinare i confini della rivalsa e del danno differenziale spettante al lavoratore e stabilire il campo di azione del principio della scomposizione del danno, a confrontare le opposte esigenze, vantate dalle categorie produttive, soprattutto se si considera che l’intervento previdenziale è tuttora finanziato esclusivamente dal datore di lavoro, come all’origine dell’assicurazione obbligatoria; ma, a differenza del passato, quando il lavoratore infortunato si doveva accontentare del solo danno differenziale, i titolari del rapporto assicurativo oggi rimangono esposti senza alcun esonero all’azione del proprio dipendente per il ristoro dei danni alla persona estranei alla protezione sociale.”

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