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Numero 003  pag. 8 del 4/1/2014 | Indietro
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L'autore (grande giornalista) annotava questo linguaggio seguendo le carovane nella polvere

Furore di Steinbeck, ritorna nella impeccabile traduzione di Perroni molto fedele all'originale, in una lingua che suona aspra e realistica

 di Diego Gabutti  

Integrale e restaurata, esce da Bompiani una nuova traduzione di Furore, il grande romanzo di John Steinbeck (trad. di Sergio Claudio Perroni, pp. 633, 12,00 euro, ebook 6,99 euro). Sono passati decenni e la storia della famiglia Joad (che negli anni della grande depressione, incalzata dalla siccità e dalla crisi economica, viaggia dall'Oklahoma in California alla ricerca d'un posto per vivere e lavorare) continua a essere esaltante, commovente e violenta come quando apparve per la prima volta, in America nel 1939 e in Italia, nella traduzione che abbiamo letto tutti, un anno più tardi, in piena guerra mondiale.

Se la censura fascista, invece d'impedirne la pubblicazione, lasciò che Valentino Bompiani, editore a Milano dal 1929, lo traducesse su segnalazione d'Elio Vittorini, fu perché Furore raccontava la faccia amara e terribile degli Stati Uniti. Ai censori fascisti, che del resto si pentirono presto di tanta liberalità, sfuggiva il fatto che «gli sbirri» californiani di Steinbeck (teppisti al soldo, come si sarebbe detto da noi, degli «agrari», nonché delle banche e dei politici di destra) erano l'equivalente esatto degli squadristi e dei manganellatori italiani di vent'anni prima. Anch'essi, come i nostri fascisti, davano la caccia agli «agitatori» e ai «rossi». Di strettamente americano c'era che «gli sbirri» davano la caccia anche agli «aliens» (gli stranieri che arrivavano dagli stati dell'est spinti dai debiti e dall'avidità delle banche) per impedire che mettessero radici nelle vallate fertili della California o che si mettessero anche soltanto comodi.

Furore non era solo un romanzo contro la demoplutocrazia, come pensava il Minculpop, e di sicuro non era un romanzo contro la demoplutocrazia «giudaica-massonica», come sarebbe piaciuto al Dux e al suo alleato tedesco. Senza prendere partito per il comunismo, come si pensò a lungo, specie in Italia, dove le spiegazioni semplici e politicamente utili hanno sempre una discreta fortuna, Furore era un romanzo contro gli orrori del mercato finanziario e contro le loro manifestazioni politiche: il nazionalismo e il fascismo. Steinbeck, e se non lui Hollywood e la First Lady Eleanor Roosevelt, ne fecero anche un manifesto politico. Tom Joad diventò la bandiera del New Deal in lotta contro il capitalismo selvaggio. Ma soprattutto Furore era un romanzo perfettamente costruito. Una storia straordinaria, alcuni personaggi indimenticabili, una retorica alta e nobile sulla condizione umana, un viaggio memorabile lungo la Route 66, «la madre di tutte le strade» secondo Steinbeck.

Come Via col vento, pubblicato solo pochi anni prima, Furore fu il ritratto esatto dell'America. John Ford ne trasse nel 1940 un film che (al pari del romanzo, letto e riletto per oltre settant'anni, eternamente attuale) è stato visto e rivisto da più generazioni. Quando Bruce Springsteen, nel 1995, pubblicò il suo quindicesimo album, The Ghost of Tom Joad, la cui canzone principale è una celebrazione del protagonista di Furore, i personaggi di Steinbeck erano ormai diventati un'allegoria d'una delle tante Americhe, come Topolino e Buffalo Bill, come la malavita di Brooklyn e il Giovane Holden.

Nella nuova traduzione, il romanzo è fedele all'originale anche nella lingua, che qui suona più aspra e realistica, cioè finalmente l'eco fedele della lingua di cui Steinbeck (grande giornalista) aveva preso nota per strada, seguendo le carovane dei miserabili attraverso la polvere che s'alzava dalle pianure inaridite. Quella di Sergio Claudio Perroni è una versione di Furore senza le infiorettature stilistiche, da elzeviro vecchia maniera, della prima traduzione italiana. Quindi non sono esattamente gli stessi personaggi di cui avevamo letto finora le gesta. Qui nessuno agisce perbenino e nessuno pensa o parla pulito.

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