ItaliaOggi
Numero 055  pag. 4 del 6/3/2013 | Indietro
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Così la pensa Peppino Caldarola, già direttore de l'Unità, che pure stima Bersani

Pd: chi ha perso deve lasciare

La sinistra italiana, da sola, non va da nessuna parte
 di Fabrizia Argano * www.formiche.net 

E' la strada giusta per il Pd quella di un governo Bersani su otto punti? Lo chiediamo a Peppino Caldarola, giornalista dalla lunga esperienza, già direttore del quotidiano l'Unità: «Sarebbe la strada giusta di un programma ma Grillo dirà di no all'accordo. L'obiettivo del leader del M5S è logorare il sistema politico, sperando in elezioni in cui il M5S possa diventare partito di maggioranza.

L'inseguimento di Bersani verso di lui non ha molte chance di successo».

Domanda. E allora come si esce da questo «stallo messicano» (copyright Maurizio Crozza)?

Risposta. Bersani pone un aut un aut tra un suo esecutivo e il voto ma, in mezzo, c'è anche un'altra ipotesi: un governo tecnicissimo che faccia le riforme, dalla legge elettorale alle misure anticasta e solo dopo si può tornare alle urne.

D. Tecnico per tecnico, allora, non è meglio prorogare il governo di Monti, come ha proposto il professor Paolo Becchi, simpatizzante grillino?

R. Escluderei la prorogatio di Monti perché il Professore non rappresenta più i tecnici ma si è trasformato, in questa campagna elettorale, in un contendente in campo. All'Italia serve invece una figura terza. Il punto è che serve un governo che abbia una base parlamentare che garantisca di poter fare le riforme come il ridisegno del Senato, il dimezzamento del numero dei parlamentari, che affronti il presidenzialismo. In questo caso, l'esecutivo potrebbe durare anche un paio d'anni, in caso contrario meglio un governo di transizione per la riforma elettorale e poi il voto.

D. E dentro al Pd ora che dovrebbe succedere?

R. La mia stima per Pier Luigi Bersani rimane immutata ma regola vuole che chi ha perso la tornata elettorale debba fare un passo indietro. È giusto che ora Matteo Renzi abbia il diritto di provarci.

D. Consigli per Renzi?

R. Renzi ha un problema ed è ciò che non gli ha consentito di vincere le primarie. Nel suo impianto innovatore c'è un punto che sottovaluta e cioè il rapporto con l'elettorato che ha una precedente cultura politica. Se vuole essere leader, deve imparare a essere inclusivo.

D. Nel suo blog lei ha scritto che il Pd rischia di venir schiacciato tra la destra e il populismo che nasce a sinistra.

R. Il Pd è in una situazione abbastanza drammatica e si riapre l'antico problema su cosa diavolo sia questo partito. C'è un tema di identità che va affrontato con un cambio generazionale, purché non sia una tabula rasa. Altrimenti la prospettiva è un inevitabile declino.

D. Cosa è stato sbagliato in questa campagna elettorale?

R. È stata sbagliata la campagna stessa, soprattutto quella dell'ultimo mese. Si è pensato che il vantaggio accumulato fosse talmente alto da mettere il Pd al riparo dalla contesa. Il Pd è stato poco aggressivo, di una fiacchezza imbarazzante. E poi è prevalsa un'immagine chiusa, quella di un fortino ristretto ai più stretti collaboratori. È il maledetto vizio del cerchio magico che affligge la leadership moderna mentre si dovrebbero prendere ad esempio i partiti americani che hanno team aperti, colti, grintosi.

D. Emanuele Macaluso ha detto che il Pd ha sbagliato a non proporre agli elettori un'alleanza esplicita con il centro di Mario Monti. Condivide?

R. C'è un fondo di verità in questo. L'alleanza tra Pd e Sel di Nichi Vendola era un rinnovato fronte popolare ma è stato un limite. Non dobbiamo dimenticare che, in Italia, la sinistra come tale non vale più del 25-27%. Per questo, al di là di simpatici alleati come Bruno Tabacci, la sinistra deve capire due cose: che da sola non va da nessuna parte. E che ha il dovere di allearsi con un centro vero, come lo è quello di Mario Monti.




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