ItaliaOggi
Numero 040  pag. 1 del 16/2/2013 | Indietro
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PRIMO PIANO

ORSI & TORI

 di Paolo Panerai 

Signor Presidente del Consiglio, perché ha parlato di una nuova Tangentopoli quando si tratta di una Tafazzopoli (ricorda la scenetta di Aldo, Giovanni & Giacomo?). Ecco, in Tangentopoli erano le aziende italiane (molte) che pagavano tangenti ai partiti politici. Nei casi Saipem del gruppo Eni e di Finmeccanica-Agusta Elicotteri, si tratta di tangenti-provvigioni pagate a intermediari per la vendita di altissima tecnologia italiana, per alcuni miliardi di euro, a Paesi stranieri dove certe cose ancorché in violazione di leggi morali o anche materiali di quei Paesi, sono quasi sempre condicio sine qua non per chiudere l'affare.

A meno che Lei non sappia che parte di quei pagamenti è finita nelle tasche dei manager che gestivano le due società o peggio in quelle dei partiti. Ma, se lo sa, è bene che Lei lo dica chiaramente per giustificare la sua battuta nel programma Agorà, ampiamente rilanciata dal Messaggero, il giornale controllato dal suocero del Suo alleato, Pier Ferdinando Casini. O, a meno che lei non intenda riferirsi allo scandalo Monte dei Paschi dove, quanto meno, a parte ogni altra considerazione sul ruolo di azionista del Pd (senese o nazionale poco importa) è accertato che circa 700 mila euro degli emolumenti pagati al presidente Giuseppe Mussari sono finite, come d'obbligo per i tesserati, nelle casse del partito di cui è segretario il Suo probabile alleato, Pier Luigi Bersani. Ma anche facendo riferimento all'Mps, una delle tre gambe finanziarie-economiche del Pd insieme a Coop e Unipol, non pare proprio il caso di parlare di Tangentopoli, intendendosi per ciò una città-Paese, l'Italia, dove dominano le tangenti. Non sono infatti classificabili in questa categoria gli altri scandali di questi giorni, come il tentato arresto di Angelo Rizzoli, malato da anni di sclerosi e soprattutto marito di una deputata del Pdl: lì l'accusa riguarda appropriazioni di beni di società dell'ex editore del Corriere della Sera, poi fallite; o dell'oggetto misterioso Alessandro Proto, un epigono di bassissimo livello dei furbetti del quartierino; o del presidente del Cagliari, Massimo Cellino, per una vicenda tutta sarda, mentre casomai ben altri potrebbero essere i vizi del suddetto. Insomma, usare quella parola Tangentopoli proprio a una settimana dalle elezioni, non solo non Le si addiceva, ma ha avuto anche l'effetto di offuscare i fatti reali dei due veri casi di cui Lei dovrebbe più preoccuparsi: appunto Saipem-Eni e Finmeccanica, aziende che compongono il patrimonio dello Stato e non solo. Eni, come hanno potuto apprendere analisti di tutto il mondo nella conference call di venerdì 15 dell'amministratore delegato Paolo Scaroni, ha riconfermato nel 2012 non solo di essere la più importante società italiana ma anche quella che produce più utili, fortemente in crescita rispetto al 2011, pur in un anno di grave crisi dell'economia; senza contare, poi, l'importanza strategica della maggiore società petrolifera e dell'energia dopo le ex 7 sorelle. Anche lui, Paolo Scaroni, è da arrestare? In un Paese che condanna a 10 anni il capo dei servizi segreti, Niccolò Pollari, per aver organizzato insieme alla Cia il rapimento-arresto di un selezionatore di terroristi, c'è purtroppo da aspettarsi di tutto. Provi, Signor Presidente, a chiedere al presidente Barack Obama, con cui ha un fluido dialogo, che cosa pensano gli americani davanti alla tragedia delle Torri Gemelle, di quella condanna che ha riguardato anche agenti della Cia? E chieda come mai quegli agenti in patria non sono stati nemmeno sfiorati dal sospetto, avendo cercato di raggiungere l'obiettivo di aumentare la sicurezza del loro Paese e dei loro concittadini. Tutto ciò si spiega, appunto, non con il vocabolo Tangentopoli: lo lasci usare all'onorevole Antonio Di Pietro, che su esso ha costruito la sua (passeggera) fortuna politica e non solo. Non è da Lei, non è questo che il paese si aspettava e si aspetta da Lei: è fuori ruolo e fuori tono scendere così violentemente nella più bassa rissa politica. Potrebbe obbiettare che anche durante le elezioni presidenziali negli Stati Uniti non viene escluso nessun colpo basso o propagandistico (sicuramente glielo ha spiegato il consulente di campagna giunto dagli Usa), ma lì è una cosa diversa: sono due uomini che competono e nella logica del potere che devono andare ad assumere è funzionale alla democrazia che di loro si sappia e si dica tutto. Nel caso degli scandali di questi giorni, non è in gioco la vittoria Sua o di Silvio Berlusconi, o di Pier Luigi Bersani; è in gioco ben di più, appunto la più importante azienda del Paese e l'azienda manifatturiera con più tecnologia del Paese. Tutte e due patrimonio dello Stato, cioè dei cittadini che il 24 e il 25 andranno a votare. Quella Sua uscita così improvvida sa a chi ha solo giovato? All'anti-politica che per la capacità istrionica di Beppe Grillo sta salendo, infatti, sempre di più nei sondaggi che si possono ora leggere solo riservatamente. Non è quello del programma Agorà, o quello di Invasioni Barbariche che bacia il cagnolino in maniera così forzata e innaturale, il Professor, Senatore, Presidente del Consiglio di cui l'Italia ha bisogno. Ritorni se stesso, Signor Presidente del Consiglio, e farà bene a se stesso, all'Italia e agli italiani. * * * Per fortuna (o per sfortuna, dipenderà dalla stabilità di governo che si determinerà) resta solo una settimana dello spettacolo per molti aspetti sconcio di questa campagna elettorale. Come dice lo slogan in onda su Class Cnbc di Blackrock, il più importante gruppo di gestione del denaro al mondo, «...È tempo di tornare a essere investitori...». L'Italia, se non vuole avvitarsi in una spirale mortale, deve tornare a investire e consumare. Sentire previsioni che annunciano, con sollievo, che nel 2013 la recessione sarà in Europa solo dell'1%, contro un livello assai più alto nell'anno appena trascorso, e che in Italia sarà inferiore al 2% dopo il 2,7% del 2012, non fa certo ritrovare la fiducia nel futuro. Anche per un semplice motivo: questa caduta del prodotto interno lordo si somma a quella degli anni precedenti, con una crisi che dura da cinque anni ininterrotti. Uno dei segni più evidenti emerge dal rapporto di Agcom, l'Autorità per il controllo del settore delle comunicazioni. Dal 2008 nel settore della comunicazione sono scomparsi 6 miliardi di investimenti; la voce specifica pubblicità ha perso 2,2 miliardi nonostante la crescita degli investimenti (1,7 miliardi) del web. La stima del mese di gennaio 2013 è di un meno 20%. Se non bastassero i dati aggregati, ci sono quelli delle società del settore, a cominciare dai due maggiori gruppi: Mondadori ha visto dimezzare da 600 a 300 milioni il fatturato dei magazine, dove è leader. Rcs, la casa editrice del maggior quotidiano italiano, ha annunciato 800 tagli di personale, di cui 100 al Corsera: in cifre complessive di gruppo, oltre il 13% degli occupati. Inpgi, l'istituto di previdenza dei giornalisti, comunica che ha fondi soltanto per altri 20 prepensionamenti. La Fieg, Federazione degli editori di giornali, per la prima volta, lancia una lettera aperta al governo per certi aspetti patetica per la limitatezza delle richieste che fa. Si potrà dire: questo giornale scrive queste cose in conflitto di interesse. Certo che c'è interesse a scrollare dal torpore governo e partiti in lotta per il precipitare della crisi, di cui quella del settore della comunicazione non è altro che la più evidente e la più strategicamente negativa. Pochi giorni fa gli imprenditori edili hanno riempito Piazza Affari con i caschi gialli che si è obbligati a indossare nei cantieri: caschi tutti disponibili, perché i cantieri sono chiusi. E tutti sanno che l'industria edilizia è strategica quanto lo è il settore della comunicazione e degli investimenti pubblicitari. L'edilizia ha la capacità di muovere non solo il settore del cemento, ma quello della chimica, dell'acciaio e di tanti altri. L'investimento pubblicitario è il più facile a essere tagliato, ma anche il più dannoso per l'economia in generale, poiché meno promozione, meno consumi, e meno consumi, meno investimenti. E non si entra qui nelle pur corrette considerazioni della Fieg sulla peculiarità di un settore in profonda trasformazione tecnologica per lo sviluppo di internet e sul valore dell'informazione, della pluralità dell'informazione, per la democrazia. Il ragionamento è puramente e solo economico. In Francia, sia con Nicolas Sarkozy che con François Hollande lo hanno avuto ben presente e con interventi pubblici appropriati hanno frenato fortissimamente la caduta degli investimenti pubblicitari. Fino a quando gli investimenti pubblicitari non riprenderanno, non ci sarà la svolta verso la crescita. Perché la pubblicità non è solo promozione, ma è anche veicolo di ottimismo e di allegria. Quante generazioni sono cresciute nello sviluppo andando a letto dopo Carosello? E come la liberalizzazione delle radio e delle televisioni ha contribuito alla crescita dei consumi e quindi degli investimenti? Negli anni scorsi c'è stato un altro settore che ha visto una crisi nera simile a quello della comunicazione, facendo del resto parte esso stesso della comunicazione allargata: l'industria del cinema. Pur non essendo così strategica come la pubblicità e pur non essendo neppure paragonabile alla pubblicità per generazione di prodotto interno lordo, i governi che si sono succeduti di sinistra o di destra hanno trovato la soluzione per rilanciare il cinema italiano. Nella maniera più semplice: con la leva fiscale. Si chiama tax credit esterno. In pratica, c'è la possibilità per società che non hanno niente a che fare con il cinema di finanziare la produzione di film. Se l'investimento è di 1 milione, il 40% viene recuperato sulle imposte che la società dovrebbe pagare per la sua attività; il restante 60% viene recuperato, se il film non è un fiasco, con la partecipazione agli incassi del film stesso. Per poter essere utilizzato, il tax credit esterno può essere applicato fino a un massimo di 2,5 milioni. A conti fatti il fisco italiano non ci perde, poiché questo rinnovato slancio produttivo genera altre forme di entrata e, sommandosi al placement di prodotti nel film finanziato, dà la possibilità di mettere esso stesso in moto i consumi. Ecco, il tax credit esterno può essere un modello di defiscalizzazione di chi torna a investire in pubblicità sui media. In Italia, nonostante la crisi, società che fanno utili ce ne sono ancora molte. Se ci sarà la spinta fiscale, riprenderanno i consumi, la macchina produttiva si rimetterà in moto, anche le entrate e le imposte indirette come l'Iva torneranno a salire. Le entrate non diminuiranno ma anzi cresceranno. E forse il sorriso tornerà su molti italiani, che oggi vivono nel terrore di vivere sempre peggio. Per non parlare della creazione che si verificherà di posti di lavoro, principale indicatore usato negli Usa per comprendere se la crisi stia passando, se il trend si sia invertito. E in Usa il trend si è invertito. Grazie alla ripresa della pubblicità. Possibile che in questa campagna non ci sia stato un politico uno, o un partito che abbia voluto soffermarsi anche solo un istante su questo argomento fondamentale per la ripresa almeno quanto il taglio della spesa pubblica? Possibile. (riproduzione riservata) Paolo Panerai




1 Commento

Inviato il: 16/02/2013 20.19   
Da: AltecGianni
Monti & Co.
Critiche più che obiettive ad un professore che si è vantato di essere il "salvatore" della Patria!
Complimenti al Dott. Panerai per l’approfondito editoriale.

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