ItaliaOggi
Numero 034  pag. 1 del 9/2/2013 | Indietro
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PRIMO PIANO

ORSI & TORI

 di Paolo Panerai 

Signori futuri deputati e senatori, non scherziamo. Mario Draghi deve rimanere alla presidenza della Bce, senza manovre strane per eleggerlo presidente della Repubblica e favorire la nomina al suo posto di un tedesco e di Mario Monti al vertice del Consiglio o della Commissione europea. Se ci fosse stato bisogno di una conferma dell'importanza fondamentale di Draghi a capo della Banca centrale europea per favorire l'uscita dell'Italia e dell'Europa intera dalla drammatica recessione in cui soprattutto il Belpaese si trova, questa è venuta giovedì 7.

Durante l'incontro di calcio fra Francia e Germania a Parigi e nel successivo vertice ufficiale, il presidente francese François Hollande ha avvertito la cancelliera Angela Merkel che l'euro è super valutato, rendendo meno competitivi i prodotti e i servizi dei Paesi europei, a causa della politica monetaria di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna. Quindi anche l'Europa deve operare per far scendere il valore della moneta unica. Come era ovvio, la Merkel ha detto che no, che la svalutazione provoca inflazione e che i Paesi dell'euro devono vincere la concorrenza aumentando continuamente la produttività per unità di prodotto. Posizione assolutamente egoistica, perché solo la Germania è in grado di esportare bene i suoi prodotti avendo effettivamente accresciuto la propria produttività. Ma posizione inaccettabile per gli altri Paesi a cominciare dall'Italia e dalla Francia. Molti, quindi, si aspettavano un intervento sul tema da parte di Draghi nella conferenza dello stesso giovedì 7. E Draghi è intervenuto ma non nel modo pericoloso di dare ragione a Hollande o alla Merkel. Da vero discendente di Machiavelli, come ha scritto Marcello Bussi su MF-Milano Finanza di venerdì 8, ha compiuto una straordinaria acrobazia. Ha in primo luogo detto che l'apprezzamento dell'euro sul mercato dei cambi «è segno di un ritorno della fiducia nei confronti della moneta europea», sottolineando però che «i tassi di cambio dovrebbero riflettere i fondamentali dell'economia e, in generale, i tassi sia nominali che reali sono nella media a lungo termine». In base a queste prime parole, quindi, secondo Draghi l'euro non sarebbe sopravvalutato e quindi Hollande avrebbe torto a chiedere una politica monetaria di svalutazione. Sennonché Draghi ha aggiunto una dichiarazione che va esattamente nel senso richiesto da Hollande e non gradito dalla Merkel, dopo aver diplomaticamente ricordato che l'andamento dell'euro non rientra nei compiti statutari della Bce: il livello di cambio «è importante per la crescita economica e la stabilità dei prezzi». Stabilità dei prezzi che è il mandato fondamentale della Bce. «Per questo», ha aggiunto Draghi, «terremo d'occhio se il suo apprezzamento è forte ed è in grado di alterare le nostre stime sul rischio della stabilità dei prezzi», in un contesto in cui «la debolezza di Eurolandia è destinata a durare per la prima parte dell'anno». Per tutti i più attenti analisti, il messaggio di Draghi reale è stato quindi questo: l'economia europea è ancora molto debole, l'euro forte abbassa le stime sull'inflazione che viene proiettata sotto il 2% nei prossimi mesi e quindi la Bce può aprire la porta a un taglio dei tassi di interesse, che sono allo 0,75% e che nella riunione della Bce di giovedì 7 sono stati lasciati a tale livello, ma che alla prossima riunione potranno essere abbassati. È stato sufficiente questo abilissimo gioco di parole per far precipitare l'euro contro dollaro da 1,3534 a 1,3369. «Draghi ha così confermato l'indipendenza della Bce dalla politica, ma ha anche vinto la sfida di confermare che le sue magiche capacità di intervento verbale erano capaci di far calare l'euro rispetto alle altre monete», ha commentato ammirato Carsten Brzeski, economista dell'Ing. «Ha infatti aggiunto il rialzo dell'euro ai rischi della stabilità dei prezzi e quindi ha aperto la porta per una nuova azione di politica monetaria se la moneta dovesse salire ancora». E un altro economista di una grande banca americana ha aggiunto che grazie a questa abilità verbale e intellettuale Draghi sta diventando il faro dei banchieri centrali, visto che è in grado di raggiungere gli obiettivi della Bce con le sole parole, come del resto era già avvenuto con lo scudo antispread. Per questa straordinaria capacità di Draghi di giocare a parole con i mercati, che a nessun deputato, senatore, segretario di partito o senatore a vita venga in mente di forzare la sua candidatura a presidente della Repubblica, come invece rientrava nel programma messo a punto sotto l'egida del quotidiano la Repubblica quando ancora non era certo che Pier Luigi Bersani vincesse a mani basse le primarie sul rottamatore Matteo Renzi. Allora il disegno era che Monti non si candidasse e rimanesse pronto a fare il presidente del Consiglio per circa un anno e mezzo, il tempo necessario al rinnovo delle cariche a Bruxelles. Per quell'anno e mezzo Bersani avrebbe fatto il vicepresidente e il ministro dello Sviluppo economico, giudicando, chi aveva concepito il piano, che Monti potesse dare il meglio di sé nei negoziati che per i prossimi mesi saranno decisivi in sede Ue. Invece, la vittoria schiacciante di Bersani ha liberato «le ambizioni di potere» (così le ha definite il sostenitore del piano) dei quarantenni intorno a Bersani, che hanno imposto al mite segretario di essere lui il presidente del consiglio in caso di vittoria del Pd-Sel, onde anche evitare conflitti sulla politica del lavoro e fiscale, richiesta sia dalla Cgil che da Nichi Vendola. Un grave pericolo è stato così scampato, perché per consentire via libera al vertice della Ue per Monti al momento del rinnovo delle cariche sarebbe stato necessario eleggere Draghi alla presidenza della Repubblica, in quanto difficilmente gli altri capi di Stato e di governo avrebbero permesso che ci fossero due italiani al vertice dell'Europa. E con l'elezione di Draghi al Quirinale, i sostenitori del piano si proponevano l'altro obiettivo, da filo-tedeschi quali sono, di consentire alla Merkel nell'anno delle elezioni in Germania di nominare alla Bce finalmente un tedesco (o un paratedesco) dopo due mandati di un francese e un italiano. Anche se il piano è fallito per la sconfitta di Renzi, permane tuttavia il pericolo che i filo-tedeschi cerchino di far eleggere Draghi al Quirinale. In tal senso ha fatto bene Silvio Berlusconi a lanciare in anticipo la candidatura di Draghi presidente della Repubblica. Da Francoforte è arrivata subito la dichiarazione del portavoce del presidente della Bce: il professor Draghi intende in maniera decisa completare il suo mandato a Francoforte preferendo rimanere banchiere e non diventare comunque politico. In un Parlamento serio, la volontà inequivocabile dell'interessato e il chiaro interesse dell'Italia (e dell'Europa) che Draghi resti a Francoforte dovrebbero scongiurare qualsiasi altro gioco di potere. Ma chi aveva concepito la staffetta Monti-Bersani, non è arreso del tutto e teorizza che, se poi il Parlamento lo eleggesse, certo il presidente della Bce non si potrebbe rifiutare, come del resto toccò ad altri due ex governatori della Banca d'Italia, Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi. Per questo MF-Milano Finanza ha lanciato l'avviso ai futuri naviganti del transatlantico: non commettete la sciocchezza di trasferire Draghi da Francoforte a Roma; per il Paese e l'Europa sarebbe un disastro. Se lo spread è sceso a livelli sopportabili e ora è cominciata (speriamo) la discesa dell'euro per ridare fiato a tutti i prodotti europei e in particolare a quelli italiana, il ringraziamento più sentito deve essere rivolto all'ex governatore della Banca d'Italia. Il paese ha comunque davanti un serio problema per la vittoria schiacciante di Bersani alle primarie, che ha fatto saltare, almeno pare, la staffetta con Monti. Molti, infatti, anche all'interno della Bocconi, si spiegano l'incredibile scelta di Monti di salire-scendere in politica, solo con la caduta di quella staffetta che appariva garantita da molti ambienti che ruotano fra il Pd e il quotidiano la Repubblica e che avrebbe soddisfatto la successiva ascesa a Bruxelles, l'ambiente più confortevole e più amato dal presidente del Consiglio ancora in carica. C'è poi una sola altra spiegazione della scelta di Monti che si sente circolare fra i candidati della sua lista; spiegazione anch'essa per alcuni aspetti inquietante. Secondo candidati alla Camera e al Senato di Scelta civica, Monti ha deciso di lanciarsi sospinto dagli ambienti internazionali a cui fa riferimento, che non sono solo la cancelleria tedesca, anzi, ma il mondo anglosassone della Trilateral. Sia come sia, è stata una scelta che un uomo della sua razionalità non avrebbe mai dovuto compiere. In primo luogo per un motivo: la legge elettorale, porcellum o non porcellum, è fatta, anche se male, per affermare in Italia il bipolarismo puro, almeno alla Camera visto il forte premio di seggi per il partito o lo schieramento che ottiene più voti. È appunto irrazionale voler costituire un raggruppamento di una qualche consistenza al centro, anche se Monti ha teorizzato che centro, destra e sinistra non esistono più, che sono concetti astratti e in realtà esistono solo i riformatori e non riformatori. Una scelta così, anche grandi amici ed estimatori di Monti non la comprendono. E moltissimi vedono nella sua decisione la minaccia più temibile alla governabilità del Paese, dove la destra o la sinistra potranno non avere voti sufficienti per governare davvero e per tutta la legislatura. Sarebbe quindi veramente meschino se Monti, come altri ritengono, avesse scientemente scelto la via di fare da ago della bilancia, mettendo a repentaglio quella stabilità a cui prima di salire in politica aveva fatto spesso riferimento per non buttare al vento quello che lui ritiene un ottimo lavoro del suo governo. Il contributo vero, autentico, che Monti ha dato al Paese nel momento dell'attacco della speculazione, grazie anche alle mosse anti-Berlusconi di Nicolas Sarkozy e Merkel, è stato quello di poter parlare suscitando attenzione e rispetto a Bruxelles e in altre cancellerie. Capacità che gli è derivata dai 10 anni a Bruxelles come commissario Ue e dall'essere stato da tempo cooptato negli organismi associativi internazionali dove si elaborano non poche strategie che poi vengono adottate dai governi. È per questo che molti suoi candidati spiegano la sua decisione irrazionale con il fatto di non aver potuto dire di no a quelli che, sbagliando, vengono definiti poteri forti e che in realtà sono centrali di lobby. Non candidandosi, non solo avrebbe evitato di mettere a forte rischio il bipolarismo, ma avrebbe anche evitato a se stesso di sottoporsi a comportamenti innaturali, suggeritogli dai guru delle campagne elettorali, si dice mandati dagli Stati Uniti. Il bacio al cagnolino nell'intervista a Invasioni Barbariche sul La7, più che intenerire ha fatto sorridere, per la totale innaturalezza; l'abbandono del Loden per giacconi sportivi lo fa sembrare inadeguato a quel look, avendo scelto per 50 altri capi; l'essere pesante e non solo ironico, com'è sempre stato nel suo stile, nell'attaccare gli avversari, lo ha fatto diventare quasi volgare... Insomma, quasi un pesce fuor d'acqua che rischia di fargli perdere agli occhi di molti la sua qualità migliore e universalmente riconosciuta, la razionalità. Mentre il tentativo di giustificare la scelta di stare al centro, peraltro da lui non riconosciuto, per federare i riformatori è una forzatura antipolitica ed esoterica. Mentre, come ha detto nei giorni scorsi un grande e saggio giurista romano, chi vuole essere statista non può dimenticarsi che il valore profondo della politica va rispettato. Dopo essere stati tecnici ed economisti, hanno mostrato senso politico sia Einaudi che Ciampi, anche se va ammesso che specialmente ai tempi di Einaudi la politica era forse più facile: il re non diventava mai nudo per la rapidità dell'informazione, la vastità dell'informazione, l'irriverenza dell'informazione oggi garantite dal digitale e dai social network. Sinceramente, a questo giornale dispiace che Monti abbia disperso in poco tempo il grande patrimonio di stima che si era costruito negli anni, a prescindere dall'ultima esperienza di presidente del Consiglio, dal bilancio davvero opaco. Ed è l'opacità della sua posizione rispetto alla destra e alla sinistra, che attacca alternativamente, che gli sta erodendo la credibilità che ancora conserva. L'essersi predisposto a schierarsi dopo le elezioni con la sinistra ma senza escludere la destra (il Pdl ha recuperato l'appoggio del Ppe e Monti non trascura segnali e contatti) è certamente utile per non rimanere a mani vuote, ma alla gente non piace, appunto, questa opacità. Se è stato un errore ignorare volutamente la ratio della legge elettorale orientata al bipolarismo, ora ha una sola via per recuperare credibilità e il suo status tradizionale: dire prima del voto da che parte starà. L'ubiquità non si addice a un uomo come lui. Forse quando è sceso in politica, avendo prima rifiutato l'invito del Ppe, poi reiterato da Berlusconi, di federare i moderati, pensava che il Pdl fosse totalmente allo sfascio e quindi credeva di poter ereditare quell'elettorato senza dover passare da un riavvicinamento al vituperato (specialmente dalla Merkel e dalle lobby internazionali, per certi aspetti non ingiustificatamente) Berlusconi. L'istrione Berlusconi, con cerone e capelli tinti, ha recuperato clamorosamente. Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, i nemici di Berlusconi, contano sempre meno. Nessuno si sorprenderebbe troppo se, una volta che decidesse di schierarsi prima delle elezioni, scegliesse il Pdl, magari senza Berlusconi. Sicuramente, la linea politica da tenere sarebbe più facile senza Vendola e la Cgil, perché in ultima analisi, cambiando flessibilmente posizione, non ha detto anche lui, Monti, che la via per uscire dalla recessione è quella di ridurre le tasse? (riproduzione riservata) Paolo Panerai




1 Commento

Inviato il: 09/02/2013 10.51   
Da: MELCHISEDEK
Monti in che cosa è di cdx?
Monti non si schiererà mai con il centrodestra. Non a caso i suoi ministri sono quasi tutti di sinistra, a partire da Fabrizio Barca, di SEL, Ministro addetto all’attuazione del materialismo dialettico. La Cancellieri? Non è schierata. La Severino, di cui si diceva fosse vicino a Berlusconi, ha fatto una legge "anti-corruzione" che amplia a livelli indefinibili  i poteri di indagine e intrusione dei PM nella vita delle aziende. Se è liberale e di centro-destra il governo Monti allora Ruby è nipote di Mubarak.

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