ItaliaOggi
Numero 032  pag. 8 del 7/2/2013 | Indietro
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Cambiano il nome ma hanno lo stesso scopo: annientare i detenuti. Lo testimonia Limonov

Nella Russia d'oggi, al posto dei gulag, ci sono i guin

 di Diego Gabutti  

«Arrivai nel campo delle meraviglie il 15 maggio», scrive Eduard Limonov nel suo Trionfo della metafisica. Memorie d'uno scrittore in prigione, Salani 2013, pp. 252, 16,00 euro. Durante il viaggio, nel cellulare regnava una cupa tristezza. Il 13 non è famoso soltanto tra gli attivisti dei diritti umani presi in giro e i signori dell'Osce, incantati dalla piantumazione di roseti nelle steppe del Volga, ma anche tra gli zek che, di bocca in bocca, raccontano la verità sul rovescio della medaglia di questo Inferno modello.

L'Euro-Gulag». Accusato «d'aver creato una banda armata illegale allo scopo di strappare al Kazakistan la regione orientale», condannato (naturalmente senza prove, siamo nella Russia di Putin, dopotutto, tanto cara al nostro ex presidente del consiglio) per insurrezione armata, terrorismo e traffico d'armi, Limonov segue dietro il filo spinato, nell'eterna steppa dei lager e dei lavori forzati, le altre grandi firme della letteratura russa finite in catene di lui (magari anche qualche spanna sopra di lui). Da Fëdor Michajlovic Dostoevskij, che dalla sua esperienza nelle colonie penali siberiane dello zar trasse la prima delle sue grandi opere, le Memorie dalla casa dei morti, Bompiani 2012, a Varlam alamov, autore dei Racconti della Kolyma, Einaudi 2005; da Anton Pavlovic Cechov, che nel 1895 pubblicò un dettagliato e terribile reportage sulla condizione dei detenuti nelle colonie penali modello della vecchia Russia, L'isola di Sachalin, Editori Riuniti 1985, ad Aleksandr Isaevic Solenicyn, che con Arcipelago GULAG, Mondadori 2001, non raccontò soltanto l'abominio dell'utopia comunista (la sua Weltanschauung fondata sull'irrazionalità, la sua economia fondata sui sacrifici umani) ma cambiò puramente e semplicemente la percezione del mondo dei suoi contemporanei, in Russia e fuori.

Limonov, come scrittore, è assai meno classico, diciamo così. Attivo nell'underground sovietico degli anni Sessanta, poi cameriere e barbone a New York, Limonov è uno scrittore tra Charles Bukowski e William Burroughs, con un pizzico di Marchese De Sade e una spruzzata di Curzio Malaparte. Fu un autore à la page nella Parigi degli anni Ottanta e avrebbe poi fondato, nel decennio successivo, il partito nazibolscevico russo. Emmanuel Carrère gli ha dedicato una bella biografia, Limonov, Adelphi 2012, di cui abbiamo già parlato a suo tempo su queste pagine.

Ed eccolo, dunque, il povero Limonov: in un lager, vestito di stracci, praticamente a pane e acqua, condannato a cinque anni di katorga (ne farà solo due grazie alla mobilitazione della stampa internazionale e dei Pen Club) per nazibolscevismo. A dimostrazione che nella Russia di Putin soltanto al Capo è consentito di fondare un partito orribile. Putin, dieci volte più nazibolscevico di lui, se ne sta al Cremlino, dove spalma caviale sulle tartine in compagnia del Fidanzato, e Limonov invece è «al bagno», nel «paese delle meraviglie», nel dormitorio dove ogni mattina «esplode dall'alto la luce e l'urlo dei capisquadra e degli attivisti scuote muri e orecchie: «Sveglia! Sveglia, rotti in culo!» .

Se ne sta lì, Eduard Limonov, e sopra di lui sta «il grosso colonnello Zorin, simile a un impasto: lui era il Padrone. Non è stato lui a inventarsi i regolamenti dei luoghi di reclusione, li avevano inventati i primi militari mandati, penso ancora negli anni Venti, a costruire il sistema di pena sovietico: il GULAG e poi il GUIN. L'esercito sovietico ha ereditato dagli eserciti feudali del periodo zarista le crudeli e spiacevoli tradizioni delle percosse, dell'utilizzo dei soldati da parte degli ufficiali come servi della gleba (e se nell'esercito l'ufficiale è «padrone» o «padre», in misura ancora maggiore nella colonia diventa zar o Dio)». Intorno le guardie dei campi che con «i chepì» e «le divise nere scolorite sono comparse bell'e fatte del film tratto dal libro di Orwell 1984». Se ne sta lì, Limonov, obbediente, tranquillo, e dentro di sé pensa i pensieri di tutti i prigionieri: «Cremlino del cazzo, ragno di pietra, simbolo della violenza feudale sulla Russia. È da lì, riflettevo, che i furbi e avidi comandanti succhiano il sangue dei popoli russi. Ti abbatteremo, ragno di pietra, e al tuo posto rimasto vuoto, ci faremo un parco pubblico».

Signori, dopo il secolo breve, il nuovo millennio. «Tutto questo si chiama trionfo della metafisica», scrive Limonov. «Sì, tutta questa kaa, tutti questi ufficiali dal viso bestiale, gli zek dai volti smagriti, gli occhi estenuati, i visi popolani, i cucchiai che spuntano dalle tasche sul petto, i capelli rasati sulle teste degli zek, il cielo azzurro sovrannaturale e atmosferico che forse è formato dalle nostre lacrime, tutto questo è il trionfo del mondo ultra-fisico, non-fisico. È la sua esaltazione e la sua ebbrezza, poiché tutto ciò che è fisico è superato nella colonia n. 13. Ci siamo librati sopra l'Uomo qui, abbiamo superato (be', forzatamente, senza desiderarlo), abbiamo superato tutto ciò che è umano».

Ma attento ai tuoi servi, Padrone: «la demografia del campo, a differenza della demografia là fuori, è sana e forte. Le curve di crescita dei delinquenti s'allungano potentemente verso l'alto, come il bambù in Estremo Oriente, nascono sempre più criminali in Russia, perché la Legge sfacciata violenta la libertà e da questo amore violento siamo spuntati noi, i ragazzi rapati delle zone russe».

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