ItaliaOggi
Numero 163  pag. 5 del 10/7/2012 | Indietro
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Il senatore Mario Baldassarri, del Fli, critica i modi di controllo della spesa pubblica

Costi standard includenti i furti

Per base, i prezzi 2010 quando dal 2005 sono cresciuti del 50%
 di Sergio Luciano  

«Attenzione: dopo la primavera araba dell'anno scorso, rischiamo l'autunno europeo»: è preoccupato caustico Mario Baldassarri, senatore di Futuro e Libertà – o di quel che ne resta – ex sottosegretario all'Economia, feroce critico di un metodo-chiave per determinare la spesa pubblica italiana, che la spending review del governo Monti non ha minimamente sfiorato: i costi standard. «I tagli veri non sono stati fatti, le risorse per rilanciare l'economia non si vedono, in questo quadro purtroppo vedo un grave rischio-mercati sotto Ferragosto e, davvero, un rischio-piazza molto grave tra settembre e ottobre, non solo in Italia.

E i due rischi potrebbero sovrapporsi. E intanto i partiti discutono di organigrammi e liste elettorali».

Domanda. Senatore, perché la spending review non è sufficiente?

Risposta. Perché non entra nel merito dei criteri sbagliati con cui il decreto sul federalismo, lo scorso anno, definì i costi standard per gli acquisti delle Regioni, soprattutto in ambito sanitario. La scelta politica dei partiti che sostenevano il governo Berlusconi fu di adottare i costi realmente sostenuti nel 2010 come base standard per il futuro. Dimenticando che tra il 2005 e appunto il 2010 quei costi erano lievitati del 50%. Quindi, abbiamo preso a base costi che incorporano enormi sprechi. Anzi, direi, molta corruzione.

D. Corruzione, senatore?

R. Be', non lo dico io, lo dice la Corte dei conti: se la corruzione gonfia la spesa pubblica di 60 miliardi, togliamo pure dal conto le spese a fondo perduto ne restano 40: ebbene, ammesso che la spending review ottenga i 4-5 miliardi circa di risparmi che si prefigge, lasciamo pur sempre ai corrotti e ai corruttori una guazza da 35 miliardi di euro di sovracosti!».

D. E come si dovrebbe fare?

R. La mia proposta fu, ed è ancora, che il costo standard fosse individuato nel costo ottimale sostenuto dal centro di acquisto più virtuoso. Non la media del pollo, ma la condotta migliore, va presa ad esempio e a canone comportamentale. Inoltre sostenevo che, una volta individuato il costo standard in questo modo, si dovesse dare alle Regioni meno virtuose un limite inderogabile di tre anni per adeguarsi. Ma non passò. Le Regioni meridionali furono felici di uno standard così comodo da adottare. E ancor più felice furono le cinque Regioni-guida, quelle settentrionali più l'Emilia, che non dovettero tagliare un bel niente!.

D. Ma come essere certi che il costo più basso sia anche quello qualitativamente migliore?

R. Intanto le dico che è possibile, almeno lo è per la stragrande maggioranza degli acquisti. E poi, io proposi anche un'alternativa: prendere a riferimento i costi del 2005, incrementati della sola inflazione. Mi rispose un collega e amico, senatore di sinistra: «Stai proponendo un taglio di 20 miliardi di furti».

D. Chi era questo senatore?

R. Non glielo dico perché era ed è un amico...




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