ItaliaOggi
Numero 161  pag. 4 del 7/7/2012 | Indietro
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PRIMO PIANO
L'intesa prevede l'alleanza Pdl-Pd-Udc per sostituire il governo tecnico con uno d'emergenza

Il Pdl verso la grande coalizione

Il tracollo elettorale ha consigliato questa difficile resa
 di Marco Bertoncini  

È vero che il Giornale non sempre esprime quel che Silvio Berlusconi desidera. In particolare, Vittorio Feltri è sempre stato un battitore libero, in più occasioni capace di assestare al Cav colpi dolorosi. Tuttavia l'appoggio dato dal quotidiano di proprietà di Paolo Berlusconi a Fi prima, al Pdl poi, è sempre stato smaccato e sovente eccessivo, specie nelle titolazioni.

Bisogna quindi considerare adeguatamente l'editoriale che ieri Feltri ha firmato sotto il titolo che parla da sé: «Tutti insieme, per carità». Partendo dalla constatazione che il partito del predellino è ormai fisso al 20% e che sul collo sente il fiato di Beppe Grillo, ritenendo che la sinistra non intenda ricorrere all'ammucchiata che le darebbe la vittoria elettorale, Feltri punta dritto dritto alla grande coalizione: Pd, Pdl e Udc. Pur ammettendo di nutrire riserve sull'operazione (come molti nei due maggiori partiti), la considera l'unica fattibile, per evitare di cadere vittime di Vendola e Di Pietro. Il segnale va considerato. Finora il nume tutelare della grande coalizione, sotto l'etichetta di «Tutti per l'Italia», era l'isolato (in origine) Giuliano Ferrara. C'erano poi gli ex terzopolisti, con spezzoni del Pd (scarsini, invero) e del Pdl. Questi ultimi, più fitti, sono rappresentati da personaggi come Beppe Pisanu. Diremmo che a smuovere settori più consistenti del partito in direzione del nuovo compromesso storico siano stati due fenomeni collegati.

Il primo è il risultato delle amministrative: tracollo del Pdl, ritorno della Lega a percentuali considerate antiche (anche se solo di un lustro addietro), successo dei 5Stelle.

Il secondo è costituito dai sondaggi: per quanto i giornali vicini a Berlusconi esaltino oltre ogni convenienza i timidi recuperi del Pdl, il partito è infognato in percentuali che non gli consentirebbero di vincere nemmeno con Lega e Udc, senza l'aggiunta di forze propulsive nuove. Cresce, quindi, il numero di quanti pensano che convenga al Pdl tenersi una fetta di potere, trattando col Pd, eventualmente sotto il rinnovato usbergo di Mario Monti. Piuttosto che andarsene all'opposizione, meglio stendere un'intesa con i democratici, per costituire un governo 2013-'18, non più tecnico, bensì dichiaratamente politico, pur se giustificato dall'immancabile emergenza. È verosimile che una simile ipotesi trovi l'assenso di uno dei Berlusconi. Come tale s'intende il Cav in una delle sue multiformi incarnazioni, altre essendo, per esempio, quella dell'opposizione frontale al Pd, quella del filogrillismo antieuro, quella dello spacchettamento del partito. Anche i dubbi che ormai si agitano nel partito in tema di primarie indicano che il ritorno di Berlusconi in prima persona nell'agone politico potrebbe (anche) coincidere con la prospettiva dell'intesa di legislatura da lui (transitoriamente?) sostenuta. Resta, ovviamente, insoluto il dubbio sul recepimento di una campagna elettorale condotta all'insegna di quello che, per milioni di attuali e soprattutto di ex elettori berlusconiani, sarebbe semplicemente un inciucio: quanti voterebbero ancora per i «traditori»?




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