ItaliaOggi
Numero 131  pag. 4 del 2/6/2012 | Indietro
FacebooktwitterYahoo BookmarksLinkedin
PRIMO PIANO
Sono ormai impresentabili in qualsiasi altro posto

I partiti, sempre più straniti, sopravvivono solo nei surgelatori dei talk show televisivi

 di Ishmael  

Dei partiti politici, fino a poco tempo fa «ubiqui a tutti i casi, onnipresenti su gli affari tenebrosi», come il commissario Ingravallo in Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, non si hanno praticamente più notizie, come ha fatto notare Mario Sechi un paio di giorni fa sul Tempo di Roma. Secondo una prima scuola di pensiero, i partiti sono sotto shock: già messi in un angolo dai «vaffa» di Beppe Grillo, il terremoto in Emilia li ha puramente e semplicemente nullificati.

Quando crollano i capannoni e i campanili, quando la gente muore, i partiti continuano a parlare, come pugili suonati, di rimborsi elettorali e dei problemi del Senatùr con i dané. Parlano cioè di tutt'altro, ormai assolutamente incapaci d'«entrare in relazione», come si dice, con la società detta civile (benché non sempre tale).

Non è così, sostiene una seconda scuola di pensiero. Sono stati sempre suonati. È che adesso sono diventati superflui una volta per tutte. Non servono più a niente e contano di conseguenza.

Sta di fatto che fino a ieri erano le star dello spettacolo nazionalpopolare. Sempre in tiro, spavaldi, circondati da cortigiani striscianti, s'accomodavano ogni sera nei nostri salotti, per interposta televisione, con l'aria dei padroni di casa: «Signora, mi porti un caffè. E ci decidiamo o no a mandare a letto quei bambini?».

Adesso parlano e nessuno li ascolta. A nessuno, neanche agli avversari politici, figurarsi ai «mercati» e alle istituzioni sovranazionali, importa la loro opinione.

Si sono fatti timidi e dimessi. Interrogateci, implorano, e risponderemo. Risponderemo qualunque sia la domanda, qualunque sia il tema, senza esitazione, come abbiamo sempre fatto, che sapessimo o no (in genere era no) di che caspita si stava parlando e che cribbio stavamo dicendo.

Ma nessuno gli chiede niente. Tra un po', con l'aria che tira, non saranno neanche più riconosciuti per strada (qualora, per uno strano caso, fossero invece riconosciuti, be', dovranno fare buon viso ai sorrisi sprezzanti della stessa plebe che un tempo, soltanto qualche mese fa, pendeva dalle loro labbra). Non vengono neanche più invitati a partecipare ai talk show in diretta dalle zone devastate dal terremoto.

Un tempo si sarebbero offesi. Adesso no. Non protestano. A che pro, del resto? Accettano stoicamente la situazione, contando forse sul fatto che tutto passa e tutto va. Alla fine, pensano, il popolo tornerà a raccogliersi sotto le nostre bandiere.

Sembra andare meglio ai «tecnici», preposti per statuto alle emergenze. Sale lo spread e la parola non può che passare ai bocconiani; in Emilia c'è bisogno di soccorso e la responsabilità è del governo, che sta dietro la Protezione civile e che dunque, qua il microfono, silenzio, motore, prende la parola. Ma anche i tecnici hanno i loro problemi.

Soltanto l'altra settimana, Nonno Mario ha deciso di farsi intervistare da Corrado Formigli a Piazza pulita, il più infimo e invasato dei talk show, come se i talk show più seri e popolari non volessero più avere a che fare con lui. Nonno Mario voleva prendere pubblicamente le distanze dalla Cancelliera tedesca ormai impopolare nella sua stessa Germania e abbracciare non meno platealmente la causa della «crescita» e quella dei «tagli» (fino a giorno prima, se gli parlavate di crescita o di tagli, lui rispondeva a muso duro: tasse e rigore).

Anche l'esecutivo tecnico, sotto le presenti lune, deve temere un destino analogo a quello dei politici: lo shock da impopolarità improvvisa e fulminante, l'improvvisa e definitiva insignificanza. In quanto tecnici, per di più professori, sono molto più dignitosi dei politici, nonché sempre serissimi e alteri, anzi impettiti come busti al Pincio, quando si rivolgono alla nazione. Ma devono temere, a ragione, che intanto nel paese nessuno li prende sul serio e che già risuona qua e là qualche risatina, come se raccontassero barzellette anziché essere intenti a salvare, come dicono, l'Italia.

Non basta la serietà. Occorre anche non indulgere all'umorismo demagogico. «Non credete a quelli che dicono che per far ridere bisogna essere seri», ha scritto Achille Campanile nel suo Trattato delle barzellette. «Questo può andare bene solo per un discorso alla Camera dei deputati».




Norme | Help | Faq | Contattaci | Note sull'utilizzo dei dati
ItaliaOggi online© ItaliaOggi Partita IVA 08931350154