ItaliaOggi
Numero 066  pag. 9 del 17/3/2012 | Indietro
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Basta guardare i partiti per riuscire a capirlo

Perché ci sono rimasti solo i professori e i mercati

Anche «Tutti per l'Italia», se il prossimo avatar di Forza Italia e del Popolo delle libertà si chiamerà davvero così, sarà «un partito che non ce l'ha fatta, e non ce la fa, a essere liberale», secondo la definizione di Piero Ostellino, come quelli che l'hanno preceduto. Se le avventure del Cavaliere, giunte ormai all'ultimissimo atto, ci hanno insegnato qualcosa, è che da lui non si possono avere neppure quelle mezze riforme liberali che l'esecutivo tecnico sta realizzando, uscito lui di scena, col consenso di quasi tutto il parlamento. Me lo impedivano gli alleati, prima i finiani e i leghisti, poi i soli leghisti, si giustifica lui. In parte è vero, ma solo in parte: il vero guaio e che l'ex premier non ce l'ha fatta, e non ce la fa, ad avere una cultura liberale, altrimenti, in due decenni di carriera politica, avrebbe, per capirci, imparato a distinguere tra un politico che è bene frequentare e Vladimir Putin. Dal suo partito, chiunque lo diriga dopo la sua dipartita politica, i berlusconiani raccolti intorno ad Angelino Alfano oppure gli ex democristiani che non hanno padroni ma tutt'al più padrini, non c'è da aspettarsi nulla, come sempre. Dalla sinistra, ancora divisa (vent'anni dopo la caduta d'Achille Occhetto) tra dalemiani e veltroniani, nonché ancora assediata (venticinque anni dopo la fine del comunismo) da rifondatori e giustizialisti, c'e da aspettarsi ancor meno. Rimangono, ahinoi, soltanto l'Università Bocconi e i suoi grandi elettori: i «mercati», lo spread, la Bce, il Bundestag.




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