Qualcuno, anche tra chi l'ha votato, ricorda il simbolo del Popolo della libertà? Cos'era? Un braccio palestrato con la manica della camicia tirata ben su? Un mulo in stile qualunquista che gronda sudore e paga le tasse? Una cravatta azzurro cielo? Un bel Berluschino con l'aureola? Oppure era la scritta PDL (o P3, come insinuano le procure e i fratelli coltelli) in caratteri rococò da graffito murale?
Sono passati pochi mesi da quando si è votato l'ultima volta e il simbolo del Popolo della libertà già non lo ricorda più nessuno. Forse neanche i pezzi grossi del partito lo ricordano. Di sicuro non lo ricordano gli elettori di centrodestra, quelli che quel simbolo non lo voterebbero più, nemmeno con un mitra puntato alla schiena, e quelli invece soddisfatti d'averlo votato, ché (ahinoi) c'è di molto peggio. Eppure da qualche giorno il simbolo del Pdl è al centro d'uno dei nostri soliti temporali politici estivi: le varie e sempre più pittoresche fazioni del partito («correnti» non si dice, è Verboten, per parlare di correnti si deve ricorrere a sinonimi, anzi al linguaggio dei segni, tipo il gesto dell'ombrello) si stanno litigando il simbolo elettorale del Pdl peggio di quanto le sette comuniste, nel novecento appena trascorso, si siano litigate la falce e il martello (e quelle cristiane, ai tempi delle guerre di religione, si siano disputate la croce).
Quale che sia, un biscione, una velina platiné, il santino di Chi sappiamo, quel simbolo è mio, assicura il Cavaliere con gli occhi stretti a fessura, come quand'è lì lì per perdere il lume, o l'ha già perso. È mio, dice, e ne faccio quel che mi pare senza chiedere il permesso a nessuno. No, il presidente del consiglio se lo scordi, interviene subito (praticamente all'istante, com'è suo costume) l'uomo di fiducia del presidente della camera, Italo Bocchino. Convinto che ogni dichiarazione lasciata è persa, Bocchino garantisce ai giornali e alle agenzie di stampa, per non parlare delle televisioni, che il simbolo del Popolo della libertà (quale che sia, anche lui, ci risiamo) può essere usato soltanto col consenso del Cofondatore, com'è stato messo prudentemente nero su bianco nel patto prematrimoniale avallato, a suo tempo, dalla firma d'un notaio. State certi che Bocchino non ha trascurato neppure d'attaccare bottone al bar e sul tram per far sapere in giro la storia del simbolo. Berlusconi vuole usare il simbolo comune per scopi suoi privatissimi? Provi a chiedere per favore, come fanno i ricconi educati. Può darsi che Gianfranco Fini si commuova.
Signori, la seconda repubblica italiana. Dove fior di politici, eletti alle massime cariche dello stato, gente alla quale abbiamo affidato il futuro della nazione insieme al destino del nostro portafoglio, passano il tempo dandosi sulla voce e litigandosi niente meno che il logo d'un partito di plastica. Un logo che nessuno ricorda. A nessuno viene nemmeno voglia di sforzarsi le meningi per ricordarlo. Eppure questo simbolo misterioso è diventato uno degli argomenti sul tappeto. È altrettanto importante e gettonato della «legalità violata», per dire, o del diritto al dissenso. Sbaglierò, ma non sembra un bel modo d'affrontare quello che il segretario del Pd (a proposito, ecco un altro simbolo già dimenticato dai più) Pierluigi Bersani, parlando un po' come un libretto d'opera e un po' come l'«Edipeo Enciclopedico» della Settimana Enigmistica, ha chiamato un «cruciale momento politico» per il governo, anzi le sue «colonne d'Ercole».
Al solito, però, ci sono modi peggiori d'uccidere un partito: per esempio le spaventevoli rime di Gianfranco Miccichè, sottosegretario e piccolo ras siciliano. Imbarazzati per lui, leggiamo che il gran poeta ha diffuso sul suo blog, tutto contento, questi versi immortali: «Nel Pdl è scoppiata una Granata./Come Lupi, i berluscones azzannano i finiani/ma un Bocchino al mattino e comincia il Bongiorno». Che il logo del Popolo della libertà sia un colpo di sole?