Da molte settimane è tornata prepotentemente attuale una formula cara al linguaggio allusivo (e quasi sempre oscuro) della Prima repubblica: la «politica dei due forni». Il protagonista è Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc, nostalgico dei tempi in cui la Democrazia cristiana si riservava di scegliere (a destra o a sinistra, più frequentemente a sinistra) gli alleati con i quali governare. Svincolatosi dall'abbraccio berlusconiano, l'ex presidente della camera ha deciso di occupare stabilmente il centro dello schieramento, rivendicando al suo partito la medesima libertà di azione della vecchia Dc. L'accordo annunciato l'altro ieri da Bersani e Di Pietro, che correranno insieme in undici regioni su 13 alle prossime regionali, ha (almeno apparentemente) fatto saltare il progetto di Casini (che aveva posto una pregiudiziale per gli eventuali accordi con il Pd, affermando che non avrebbe mai accettato di ritrovarsi al fianco dell'Italia dei Valori), privandolo, quasi ovunque, di uno dei due forni nei quali cuocere il pane centrista. Probabile che oggi il leader dell'Udc sia deluso e amareggiato. La sua strategia non si è rivelata vincente. Ma questo insuccesso potrebbe aiutarlo a capire che, per conquistare il centro, si deve marciare per conto proprio, senza cercare alleanze occasionali e di comodo, che possono saltare da un momento all'altro.
Dalla delusione potrebbe nascere qualcosa di buono. Da un male, un bene.Da quindici anni, ormai, il sistema italiano è retto dal bipolarismo, che non è un dogma assoluto, soprattutto tenendo conto della fragilità delle leggi elettorali. Ma un terzo polo può nascere soltanto su posizioni autonome, e non con i giri di valzer per i quali (fino a pochissimo tempo fa) veniva aspramente criticato da tutti (anche dai compagni di strada del momento) Clemente Mastella. Quella libertà di scelte era praticabile da parte della vecchia Balena bianca (la Democrazia cristiana articolata in tante correnti, in grado ciascuna di coprire un diverso settore dell'opinione pubblica e degli interessi lobbistici) che era il partito di maggioranza, preossoché inamovibile dal suo ruolo di guida del governo. Una piccola formazione (che alla vigilia di ogni voto si domanda se riuscirà a superare la barriera della sopravvivenza) non può scegliersi gli alleati: è condannata piuttosto a elemosinare accordi per ritagliarsi qualche marginale spazio di potere. Per guadagnarsi un ruolo determinante, deve crescere, proporre programmi che risultino (nel confronto con gli elettori) veramente alternativi a quelli dei partiti maggiori. Deve dimostrare, nei fatti, che il bipolarismo non è in grado di rappresentare le esigenze di un paese, come l'Italia, che non ha una grande tradizione in questo senso. Questa è l'unica sfida possibile (e magari vincente, ma in tempi lunghi) per un partito di centro. La stessa che sul versante di sinistra aveva tentato Walter Veltroni quando aveva prospettato per l'allora neonato Pd un ruolo di partito maggioritario, che non si sarebbe lasciato condizionare dai ricatti di alleati infedeli e nient'affatto omogenei alla scelta riformista. L'alleanza con Di Pietro ha tradito quella linea e non ha certo giovato alla credibilità del partito, stretto in un abbraccio dal quale non riesce a liberarsi. Ci sono ancora (non si sa per quanto) italiani che provano nostalgia per la vecchia Dc. Lo spazio per un partito di centro probabilmente esiste ancora, ma chi lo vuole occupare deve conquistarselo nelle urne, non con i giochetti della vecchia politica. Riconquistando l'orgoglio di un scelta moderata, senza farsi prestare da nessuno né un forno, né uno strapuntino di un potere che si rivelerebbe comunque effimero.