Come mai, nel giro di sole 24 ore, il sindaco di Bologna, cioè l'economista di scuola rigorosamente prodiana doc, Flavio Delbono, si è fragorosamente dimesso dalla carica di primo cittadino della città felsinea dopo aver affermato, davanti ai microfoni di tutti i Tg: «Non mi dimetterò neanche nel caso di un rinvio a giudizio. Io non sono ricattabile. Non farò la fine di Del Turco»?
Che cosa è successo di tanto irreparabile, visto che il sindaco di Bologna, dimettendosi, manda a casa anche l'intero consiglio comunale e quindi i bolognesi, pochi mesi dopo una difficile e combattuta elezione comunale, debbono di nuovo tornare alle urne per rieleggere un nuovo primo cittadino? Non solo. Con le dimissioni di Delbono e quindi con le inevitabili nuove elezioni comunali, il Pd rischia, adesso, non solo di uscire sfracellato dalle elezioni regionali un po' dappertutto in Italia, ma rischia pure di perdere la sua città-faro, Bologna, la città dei Dozza, degli Zangheri, dei Prodi e delle Coop. E siccome Delbono è stato a lungo il vice di Vasco Errani che per la terza volta, fra un paio di mesi, si presenterà alle urne per la conferma alla presidenza della Regione Emilia Romagna, anche questa icona del Pci-Pds- Ds-Pd rischia di appannarsi, dato che gli schizzi della vicenda Delbono potrebbero inzaccherarlo, anche se, nel suo caso, lo zoccolo duro del voto ex comunista ed ex sinistra dc sembra essere ancora solido a livello di quella che è stata, da sempre, la regione più rossa d'Italia, non a caso è quella di Peppone e don Camillo.
Allora se le dimissioni di Delbono suscitano un tale tornado politico, perché Delbono si è dimesso? Italia Oggi è in grado di spiegare che lo ha deciso Romano Prodi che, di Delbono, è stato il padrino e, fino a pochi giorni fa, l'indomito supporter. È stato Prodi infatti che ha imposto Delbono al Pd bolognese e ad un Bersani che, su questo nome, era più che recalcitrante. È stato Prodi, soprattutto attraverso la sua portavoce, l'onorevole Sandra Zampa,detta la «Zarina del presidente» per la foga con la quale ne difende le tesi e le posizioni, che ha difeso Delbono anche quando (e dopo) che l'affaire tra Delbono con la signora Cinzia Cracchi, con il seguito di Bancomat e soggiorni esotici detti di studio, venne denunciato, nel corso di un infuocato dibattito tv dal suo antagonista Alfredo Cazzola: l'attacco fu allora definito «immondo» dalla stessa Zampa, non si sa bene se riferito a del Bono o a Cazzola. Anche se tutti hanno capito che lei voleva riferirsi al secondo, sia pure sbagliando. Nessuno è perfetto, per carità. Ancora domenica scorsa la Zampa, incline a una soluzione porno-soft della vicenda, la gettava sul patetico, dicendo, liquorosa: «Flavio dovrà farsi perdonare da questa città, questa storia...».
Romano Prodi che è un animale di potere come pochi altri in Italia (e non solo fra i viventi) ha subito fiutato, dopo aver ascoltato le dichiarazioni di Delbono nei Tg di domenica sera, che Delbono sarebbe caduto, non solo ben presto ma anche in malo modo.
Delbono infatti si è presentato davanti agli italiani che domenica sera stavano facendo il ruttino del dopocena, con i lineamenti tirati di un ciclista dopo una fuga solitaria di 250 chilometri, in chiaro debito di ossigeno, con gli occhi esoftalmi che cercavano di appoggiarsi a qualcosa che non trovavano, con il naso già lungo di suo ma che, adesso, sembrava voler uscire dagli schermi tv, la barba non fatta da almeno un paio di giorni («Poteva farsi almeno questa» ha commentato, scorata, la Zampa, vedendo in tv, nell'ora di massimo ascolto, quelle immagini di uomo braccato da se stesso).
Prodi, a quel punto, per salvare se stesso, ha detto: «Delbono deve dimettersi. Ma subito. Senza se e senza ma».
Delbono, che deve tutto a Romano Prodi, non solo sul piano politico ma anche su quello accademico, non ha potuto che accettare. Prodi, nel chiedere l'immediata resa di Delbono, aveva infatti la certezza che tutti, nel partito, gli avrebbero rinfacciato quella candidatura taroccata anche se da lui garantita come, non solo buona, ma anche inossidabile. «È un valore aggiunto» ripeteva, bofonchiando, Prodi. Di conseguenza, se Delbono si fosse fatto rosolare a fuoco lento, con lui sarebbe rimasto rosolato anche Prodi. Cosa che a Prodi non è mai piaciuta. Né ora, né in passato e tanto meno in futuro...La speranza di Prodi, adesso, è che, tolto brutalmente di mezzo Delbono, la vicenda possa rapidamente sgonfiarsi, consentendo così a Prodi stesso di togliersi dagli impiccci. Non si sa però se le dimissioni di Delbono basteranno. Ormai, il centro sinistra bolognese è pieno zeppo di «fratelli coltelli» che, se debbono sacrificare uno, non pensano certo di ridimensionare Delbono (già, questo, senza il sostegno di Prodi, non stava in piedi da solo nemmeno prima del caso della signora Cinzia Cracchi) ma vogliono far fuori, o almeno ridimensionare, Prodi che non ha più nemmeno la possibilità di appoggiarsi a una balla diffusa dalla Zampa, accreditata da Prodi con il suo autorevole silenzio-assenso e avallata acriticamente dai grandi media italiani. La balla è che Prodi sarebbe il «delegato dell'Onu per l'Africa». Prodi invece, questa è la verità, è stato nominato solo capo di una delegazione di quattro sconosciuti del Terzo mondo che sono incaricati di rivedere i conti delle missioni Onu in Africa. Un capo contabile, insomma. Una carica che non lo porta certo lontano. Ci mancava solo Delbono, adesso.