Dimissioni in diretta. A Italia Oggi che chiedeva al «Grande Lucafobico», Lodovico Festa, com'era nata la sua dedizione così speciale sul Foglio per Luca Cordero di Montezemolo, tanto da indurre il presidente Fiat a prendere carta e penna per invitarlo a prendersi una vacanza, il cofondatore del quotidiano ha scandito: «La risposta di Giuliano Ferrara non mi ha divertito. Tant'è vero che non scriverò più sul Foglio, perché non mi ha consultato prima di rispondere». Boom. Festa, dunque, non era a conoscenza di questa lettera, né soprattutto della risposta del direttore del Foglio, i cui contenuti non costituirebbero un problema. Ciò che ha indotto il cofondatore del Foglio a gettare la penna è , dunque, soltanto una questione di galateo? «È che mi ha offeso un po' essere considerato un collaboratore di un certo peso che non viene consultato quando si risponde a una lettera che lo riguarda». «Comunque», è la conclusione, «ho appena mandato una mail a Ferrara per spiegargli il mio sentimento: non sto nei posti dove non sono trattato con educazione». Ma come avrebbe replicato Festa a Montezemolo? «Intanto, gli avrei detto che parlo male di lui anche il venerdì e non soltanto il martedì», attacca. Poi, spiega che Montezemolo fa parte di un gruppo di forze sociali e politiche che hanno un ruolo importante e che rientrano in analisi che non riguardano soltanto il presidente Fiat: «A Montezemolo, infatti, non ho dedicato intere paginate, semmai una o due righe». Efficaci, però. Perché la sua «Lucafobia» sembra nascere da una convinzione profonda: «Già negli anni 2003 e 2004, alcuni cari amici mi spiegavano che ero stupido a prendermela con Montezemolo perché era un personaggio così leggero che non poteva influire sulla situazione politica». Invece, diventò presidente di Confindustria e svolse «un ruolo fondamentale, insieme a Guglielmo Epifani, nell'inceppare l'azione del governo Berlusconi e per costituire un blocco politico-sociale che portò a quel disastro del governo di Romano Prodi». Per inciso, Festa ha detto di sè: «Ho lavorato per molti anni per il Pci lombardo. Il mio compito era di convincere i liberali milanesi a diventare comunisti». E il punto è proprio questo: «i miei amici che vengono dalla cultura comunista hanno due caratteristiche»: una è «il realismo che li spinge a guardare bene le cose come sono» e l'altra «è un invincibile senso di superiorità, per cui se uno è un po' leggero non deve essere preso in considerazione e diventa una specie di marionetta di un teatrino in cui le persone intelligenti possono decidere in ultima istanza». Festa è convinto del contrario: «Anche le persone cui non daresti due soldi, poi possono essere decisive nel combinare dei bei guasti, come lo fu il governo Prodi nel 2006». Che Festa tradusse, nel 2007, in un libro: «Il partito della decadenza. Gli anni di Prodi e Montezemolo».
In copertina, naturalmente, campeggia la foto di quest'ultimo. Preistoria? Eppure, proprio adesso Montezemolo reagisce. Perché? «La cosa che lo fa più arrabbiare è che il suo intervento per condizionare l'attuale fase politica è anche per poter mantenere la presidenza della Fiat, dove non c'è proprio una piena sintonia con Sergio Marchionne, che ha un'idea di una società dal profilo multinazionale, che esca un po' dai giochi che io chiamo feudali della politica italiana». Sottotitolo: «Fiat dà qualcosa alla Cgil, che appoggia Fiat presso il governo, che a sua volta fornisce i sussidi».
Il «Grande Lucafobico» definisce l'oggetto dei suoi pensieri: «Personaggio culturalmente leggero, ma sincero e simpatico, che non ha mai avuto la dimensione di un Vittorio Valletta o di un Cesare Romiti e neanche di un Gianni Agnelli, tutti grandi protagonisti». Piuttosto, spiega, la caratura è quella di un Pier Ferdinando Casini o un Gianfranco Fini: «Persone che fanno di una certa mediocrità la loro chiave di interpretazione, per cui il problema non è mai quello di fare la cosa giusta, ma di dire la cosa giusta».