Si raccontano riunioni agitate. Dai luoghi di lavoro fino alla sede centrale della Uil di via Lucullo a Roma, i malumori si stanno ingrossando come il mare quando si annuncia burrasca. Il testo del decreto di riforma del pubblico impiego, messo a punto dal ministro Renato Brunetta, è ormai giunto al capolinea, nelle prossime ore la versione definitiva, bollinata ieri dalla Ragioneria generale dello stato, sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale. E tutti, lavoratori e sindacalisti, hanno cominciato a fare un po' di conti con gli effetti della riforma: dal taglio del salario accessorio, che riguarderà il 70% dei lavoratori, ai contratti, che non saranno rinnovati per il 2010, e nel frattempo non esisteranno più nella loro specificità, passeranno da 10 a 4. Sarà una bella impresa per i delegati sindacali delle singole amministrazioni andare a spiegare queste novità agli iscritti, soprattutto quando il prossimo anno ci saranno da rinnovare le Rsu. Le rappresentanze sindacali aziendali. Un problema che nel sindacato è rimbalzato dai livelli più bassi -non ultimissimo l'Inps, l'ente previdenziale dei privati- fino ad arrivare alla scrivania del segretario generale, Luigi Angeletti. Perché nel mirino delle contestazioni, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, è finita la linea di apertura di credito nei confronti del governo che ha segnato la rottura con la Cgil di Guglielmo Epifani. Se il risultato è questo decreto Brunetta, è il ragionamento che serpeggia in casa Uil, un decreto che riporta indietro le lancette al 1970 quando sul pubblico impiego non si faceva contrattazione ma si legifera, forse era meglio dire di no e comunque bisogna dirlo nelle prossime settimane. L'unico ad aver il coraggio per il momento di venire allo scoperto è il settore dell'università e della ricerca guidato da Alberto Civica che a IO, pure condannando l'operato della Cgil («ha fatto scelte squisitamente politiche»), arriva a parlare di sciopero a tutela della specificità del comparto e della contrattazione («la riforma Brunetta farà risparmiare, non servirà a migliorare l'efficenza»). Ma c'è una sostanziosa compagnia di scontenti che però prima di dire che la disponibilità a trattare non è servita aspettano un chiarimento da parte dei colonnelli, se non di Angeletti stesso, sulla futura linea del sindacato. Alle prese tra l'altro con il congresso interno che dovrà confermare o meno l'attuale leadership.
Per Salvatore Bosco, segretario della Uil pa, è vero, «c'è malcontento, molte richieste di modifica da noi proposte non sono state accolte, ma è solo grazie al fatto che noi al tavolo ci siamo seduti che le fasce per il merito, per esempio, sono state rese flessibili e che la parola definitiva sulla loro applicazione sarà detta dai contratti integrativi. È proprio in questa sede che contiamo di arginare il potere decisionale unilaterale dell'amministrazione. Se così non dovesse essere», conclude Bosco, «ci sarebbe un livello di conflittualità sul luogo di lavoro che danneggerebbe tutti». Tiene dritta la barra della linea della trattativa Paolo Pirani, segretario confederale in ascesa nella Uil, «il governo è molto forte, e questo è un dato di fatto, basta vedere anche i consensi nei sondaggi». Andare ai tavoli di confronto «bisogna farlo per tentare di arginare gli effetti negativi. I criteri di valutazione dei dipendenti, per esempio, grazie al nostro pressing saranno pubblici e oggettivi. Certo dovremo tutelare le specificità, il lavoro non è tutto uguale. Ma fare solo contrapposizione», si dice convinto Pirani, « avrebbe portato il sindacato a isolarsi dal paese».