ItaliaOggi
Numero 213  pag. 3 del 8/9/2009 | Indietro
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Franceschini imperversa nei tg, ma continua a rifiutare il confronto con gli altri candidati al congresso

Dario non cede, niente dibattito tv

Accuse di Marino e Civati: chiude gli spazi alla democrazia
 di Marco Castoro  

Dario Franceschini accusa Silvio Berlusconi di ricordagli da vicino il fascismo, con questi continui attacchi alla libertà di stampa. Per contro Ignazio Marino, il terzo uomo nella sfida congressuale di ottobre del Pd, accusa il segretario Franceschini di essere poco democratico, in quanto continua a rifiutare il confronto tra i candidati in vista delle primarie. Sta di fatto che il segretario del Pd sta tutti i giorni in tv. È praticamente l'unico che dichiara e commenta i fatti della politica nazionale e internazionale. Per carità, il fatto non dovrebbe sorprendere, visto che si tratta del leader dell'opposizione. Tuttavia sta generando alcuni maldipancia all'interno dei team degli sfidanti al congresso. Mentre Pierluigi Bersani e il suo staff volano alti sulla questione e non si espongono in prima fila, il team di Ignazio Marino è pronto a dare battaglia. «Franceschini è il segretario del Pd e quindi è giusto che parli in tv, che dica la sua sull'attualità e in tutti i tg», sottolinea Marino, «altra questione è invece la vicenda del dibattito televisivo tra i tre candidati al congresso. Purtroppo Franceschini continua a rifiutare il confronto. Ci si ispira tanto ai meccanismi delle primarie americane e poi non ci si confronta come si fa negli Stati Uniti. Basterebbe preparare una busta chiusa con 20 domande segrete, formulate dai circoli e un giornalista, estratto a sorte, che le faccia ai candidati. Il tutto in nome della trasparenza».

A rincarare la dose il numero 2 di Marino. «Franceschini fa bene a sfruttare gli spazi tv per avere visibilità che non fa male né a lui né al partito», spiega Giuseppe Civati, «tuttavia rifiutando il confronto-dibattito con gli altri candidati al congresso finisce per togliere spazio alla democrazia. Non chiediamo mica la luna, basterebbe un confronto. Uno solo. E non i 26 che sono stati fatti negli Stati Uniti prima di scegliere Obama. Ne basta uno. Ma finora Franceschini non vuole fare neanche quello».

Dunque accuse specifiche, che fanno ancor più male quando si fa il confronto con la democrazia a stelle e strisce. Ma perché Franceschini non si vuole confrontare con gli altri? Resta un mistero, anche se a Genova, rinunciando al discorso finale, ha dato l'impressione di voler far vedere che lui non si vuole approfittare del vantaggio di essere il segretario in carica. Un ruolo che il suo grande antagonista, Goffredo Bettini, gli aveva contestato fin dal giorno che subentrò a Walter Veltroni. Una carica che Bettini ha ingoiato a patto che Franceschini rifiutasse la candidatura al congresso. «Se ti presenti da segretario in carica hai un vantaggio sugli altri», aveva detto Bettini a Franceschini, ma il diretto interessato disse che non si sarebbe ricandidato. E invece eccolo là, in prima fila. E non può nemmeno dire che il suo incarico sia stato scelto dal popolo delle primarie che incoronò Veltroni.




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