Chi non ricorda il tormentone di Riccardo Villari presidente della Vigilanza? A distanza di mesi il senatore è un fiume in piena. Nella sua scarpa più che un sassolino c'era una montagna.
Domanda. Senatore, possiamo chiamarla presidente?
Risposta. Non è un'offesa né esserlo né esserlo stato.
D. Che cosa le ha lasciato la sua esperienza alla guida della commissione Vigilanza?
R. Vicenda ormai passata. Ho interpretato il ruolo del parlamentare con dignità e con la libertà che la costituzione rivendica per i parlamentari. L'epilogo ha dimostrato che alcuni meccanismi di garanzia erano un po' distratti in quella fase. Eppure sotto al tavolo non si è fatto niente. Tutto è accaduto alla luce del sole, so di non aver giocato sporco, non c'erano accordi, nulla di sottobanco. Le accuse si sono rivelate delle calunnie. Chi doveva difendere l'onorabilità della mia persona, tipo il segretario del partito e il presidente del gruppo parlamentare, non l'ha fatto. Di sicuro una gestione poco garantista. Ho prodotto il mio ricorso alla corte costituzionale che però lo ha dichiarato inammissibile per un fatto formale, la corte non è entrata nella sostanza e nel merito, in pratica io non avevo titolo per fare ricorso.
D. Di soddisfazioni quindi poche_
R. Male non fare paura non avere. Io vivo in questo sistema. Certo se il sistema fosse stato un altro io starei a fare ancora il presidente. Ma visto che il sistema è questo, l'epilogo è questo. Lo dico senza rancore.
D. Chi le è stato vicino allora è tuttora al suo fianco?
R. Con molti è nata una simpatia, un rapporto. Con Maurizio Costanzo ci siamo fatti gli auguri a ferragosto. Marco Pannella mi è stato molto vicino, e non per solidarietà.
D. Deluso da Veltroni?
R. Dire delusione vuol dire aspettarsi qualcosa. Politicamente si può dire che Veltroni aveva scambiato l'autorevolezza con l'autoritarismo. Era più impegnato a dare ordini che a convincere le persone. Un prepotente smascherato. Politicamente speravamo in tanti che desse un orizzonte al Pd, ma lo si ricorderà per una gestione molto confusa, sia per la segreteria sia nella mia vicenda. Mi ha rammaricato molto Franceschini, un mio amico. Anni di percorso comune, mi conosce e sa benissimo che non mi vendo per una poltrona. Purtroppo ho capito che Dario è uno smemorato senza sangue, senza anima, senza pulsioni. Lui sì, mi ha deluso.
D. Cosa pensa del nuovo corso del Pd?
R. Mi sembra una funicolare senza la corrente. Attualmente c'è poca capacità di dettare l'agenda, non c'è leadership. Sono stati capaci di litigare anche per Bossi. Come ha detto voto Bersani, Franceschini se l'è presa con Bersani perché Bossi lo votava. Una follia. C'è un contorsionismo all'interno, un masochismo che stenta a tramontare. Poi la candidatura di Marino, un vero spettacolo. Comincia col dare le pagelle di moralità e poi accade quello che accade. Siamo allo sbando. Io posso dirlo, visto che sono uno dei fondatori del Pd, candidato alle primarie come Veltroni ed espulso da un partito in preda a una crisi di nervi. La mia espulsione? Ancora nessuno mi ha detto il perché. Nessuno mi ha mai recapitato provvedimenti scritti. E poi parlano di garantismo. Il Pd è un partito giustizialista. Mi hanno espulso dal partito, ma sulla mia moralità nessuno può dire nulla. Gli unici espulsi siamo stati io e Bianchini. Anch'io espulso come uno stupratore seriale. Quello che è agghiacciante è che nel partito nessuno ha preso per le orecchie Di Pietro, dicendogli: come ti permetti di calunniare un nostro iscritto e parlamentare. Non deve essere Di Pietro a darci le pagelle, lui che prima fa l'alleato e poi il giudice. La mia mission sarebbe stata quella di picconare questo nodo scorsoio, quest'alleanza oscura, scellerata, poco trasparente, in stile veltroniano, da fare perché lo ha stabilito il capo.
D. Nessuna riapertura?
R. Macché. Per le elezioni provinciali di Napoli mi sono offerto di fare una lista civica in appoggio al candidato del Pd, ma mi è stato detto da quella volpe di Morando - profondo conoscitore della realtà campana, mandato come commissario dal lontano Piemonte per prendere il 30% e portare il Pd ai minimi storici in Campania, e come premio sta ancora là - che non si poteva fare. Evidentemente non si voleva nemmeno il mio voto singolo o della lista, perché non sono un prodotto della tv come loro che criticano Berlusconi e poi lo sono più di lui. Io invece sono uno che sul territorio ha preso voti. Mi sono rassegnato. Non volevo fare la campagna elettorale, arrivare in un cinema per poi non poter entrare. La dignità non vai mai persa di vista.
D. Spera in un'apertura del nuovo segretario?
R. Chi di speranza vive disperato muore. Quando incontrai Veltroni gli dissi: metti da parte la Vigilanza per un attimo, c'è Repubblica che mi insulta tutti i giorni, vorrei che qualcuno alzasse la voce per dire che sulla mia onorabilità non si discute. Né Veltroni né altri l'hanno fatto. Eppure lui ha dato a tutti la solidarietà. A Di Pietro, al figlio, a tutti meno che a me. E lì ho capito che sotto il vestito non c'è niente, non c'è spessore. Del resto Zavoli è figlio della mia testardaggine. Se avessi fatto quello che voleva Veltroni saremmo ancora a Orlando. Veltroni non mi ha dato l'onore delle armi. Lui voleva che me ne andassi come un ladro per non ammettere di aver sbagliato. Ha preferito fare accordi con il nemico dicendo che li avevo fatti io. Mi deve essere restituita la mia onorabilità. Aspetto che qualcuno della dirigenza si alzi dicendo: abbiamo sbagliato a non difendere Villari dalle calunnie di Di Pietro. Fermo restando le critiche politiche, l'onorabilità di una persona è un'altra cosa. Quei dirigenti hanno fatto solo il coro, a cominciare dagli eccellenti poltronisti che occupano sempre gli stessi posti, sia se si vince sia se si perde. Finché il Pd non assolverà questa autocritica, non sarò interessato ad averci a che fare. Rivendico la mia dignità, che non ha prezzo. Senza queste condizioni minime io non ci ragiono. Certo un simile gesto non potevo aspettarmelo da Veltroni che non ha mai fatto autocritica nemmeno sui danni recati al partito. Trincerandosi dietro il rituale «non me l'hanno fatto fare».
D. Ora il Pd strizza l'occhiolino all'Udc?
R. Finché l'interlocutore è Di Pietro che fa il giustizialista, facendo solo a moina, non parlando mai di contenuti, dando le pagelle di moralità così come viene. Il Pd è il perno dell'opposizione, non deve rincorrere prima la Lega, poi Galan per spaccare la maggioranza: la verità è che la dirigenza del Pd è bollita. Quelli che guidano il partito sono bolliti e molti sono anche candidati con la sorpresa: mettono fuori una faccia e poi ne hanno un'altra. Franceschini l'esempio più classico. Doveva essere il riferimento dell'ala moderata e cattolica e invece non lo è. Marino manco a parlarne. Se io fossi nel Pd voterei Bersani. Almeno sai quello che voti, senza nessuna sorpresa. Comunque resto sconcertato dal partito, non ultimo dall'assenza sul dibattito per il Mezzogiorno. Si riparla di banca del sud e nessuno parla di Banco di Napoli e Banco di Sicilia. Nessuno che ci spiega perché il sindaco partenopeo non partecipa al dibattito. Non si sa per chi vota, come se non fosse un dirigente del partito. Si va avanti senza un minimo di regole.
D. Regionali, in Campania ha un candidato?
R. C'è fame di candidati autorevoli e credibili. Ma come si fa a pensare a un'alleanza con l'Udc in Campania? In tre province - Napoli, Avellino e Salerno - l'Udc è in giunta col Pdl e quindi vedo complicato che si possa presentare col Pd governando il territorio con il Pdl. L'alleanza con l'Udc viene vista come la panacea di tutti i mali, ma il problema è la credibiltà della classe dirigente e il programma del Pd. La Lega fa alleanza con tutti pur di avere il federalismo e fa bene. Così dovrebbe fare il Pd se avesse un programma. Il Mezzogiorno si rilancia se riesce a produrre con autosufficienza, con la qualità dei progetti che vanno privilegiati creando una fiscalità di vantaggio. Basta guardare quello che ha fatto la Spagna utilizzando al meglio i fondi europei. Non credo al partito del Sud. È solo una risposta tardiva e stizzita alla Lega. Ma come si fa a fare fronte comune sulle scelte per il Mezzogiorno se non si trova un'intesa nemmeno sulle infrastrutture.