Collaborazione tra le istituzioni, niente polemiche tra magistratura e politica, rigetto delle dimissioni dei tre consiglieri del Csm, i due togati Giuseppe Maria Berruti ed Ezia Maccora e il laico Vincenzo Siniscalchi.
Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano,al termine dell'incontro con il comitato di presidenza di palazzo dei Marescialli, ieri ha condiviso la decisione di palazzo dei Marescialli di rifiutare all'unanimità le dimissioni dei tre componenti della quinta commissione consiliare che avevano deciso di lasciare per protesta contro alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro della giustizia Angelino Alfano sulle «nomine lottizzate». E ha richiamato all'ordine le toghe sulla necessità di mettere fine al gioco delle correnti che rischia di minare la credibilità dell'organo di autogoverno della magistratura.
Con una nota non brevissima e dai toni prudenti ma non per questo meno incisivi, il capo dello stato ha chiarito che il gioco delle contrapposizioni tra toghe e parlamento deve finire.
Per lasciare il posto «finalmente a un franco e costruttivo confronto nelle sedi appropriate, tra tutte le istanze istituzionali interessate, sui molteplici problemi relativi allo stato attuale dell'amministrazione della giustizia e alla sua riforma, nel reciproco rispetto».
Napolitano, però, nel richiamare tutti, Alfano compreso, al dialogo e al confronto nelle sedi appropriate, non ha tralasciato di ricordare che al termine della discussione, deve essere il parlamento a decidere.
Anzi, il presidente della repubblica, ha sollecitato i magistrati a evitare «contrapposizioni esasperate». «Il libero scambio di opinioni, e l'espressione di divergenze sulle soluzioni da adottare, non dovrebbero dar luogo a contrapposizioni esasperate né interferire nella fase delle decisioni che spettano al parlamento», si legge nella nota del Colle.
Più che un monito, un richiamo al dovere in piena regola, accompagnato dalla constatazione che «polemiche indiscriminate circa i criteri in base ai quali il Csm ha proceduto alla nomina di un gran numero di dirigenti degli uffici giudiziari, possono creare nei confronti di questi ultimi un clima di ingiusta delegittimazione, demotivandone l'impegno».
È quindi giunto il momento di inaugurare «una pacata e puntuale riflessione critica sulle più corrette prassi da seguire in questa materia», la «sola strada per giungere a risultati positivi nell'interesse generale».
Un tasto, quest'ultimo, sul quale il dito di Napolitano ha pigiato con forza quando il presidente della repubblica «ha espresso rinnovata fiducia nell'impegno del Csm e delle sue commissioni a tener conto dell'invito da lui stesso formulato affinché tutte le scelte che al Consiglio competono vengano compiute senza essere condizionate da logiche di appartenenza correntizia».
Napolitano, con il suo intervento diretto nella contesa tra Alfano e il Csm ha ha ottenuto risultati immediati: i tre consiglieri per così dire ribelli, ricevuti insieme con il comitato di presidenza del Csm (erano presenti il vicepresidente Nicola Mancino, il primo presidente Vincenzo Carbone e il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito alla fine del colloquio hanno annunciato il ritiro delle dimissioni. Mentre Alfano, che dopo la sua intervista dirompente aveva dichiarato di non «avere voluto offendere nessuno ma di essersi limitato a osservare che viene tenuta presente l' appartenenza correntizia nella variabile delle nomine» ieri ha assicurato di riconoscersi nel comunicato del presidente della repubblica.
«Il capo dello stato rasserena i rapporti tra le istituzioni che hanno il dovere di collaborare», ha detto il ministro della giustizia. «Continuerò a collaborare rispettando le parole del presidente della repubblica, che ben si sposano con il dovere di verità che incombe su chi è chiamato dalla Costituzione al buon funzionamento sei servizi relativi alla giustizia.Confido che anche le altre istituzioni e l'Associazione nazionale magistrati prestino lo stesso sincero ascolto alle parole di Napolitano».
Toni identici, quelli di Alfano, a quelli usati dal presidente dell'Anm, Luca Palamara, che ha espresso «apprezzamento per le parole con le quali il capo dello stato ha riconosciuto il rinnovamento in atto nel Csm e che sono motivo di riflessione profonda che la magistratura accoglie».
Detto questo, però, Palamara ha precisato rivolto ad Alfano: «Condividiamo l'invito al rispetto per le altre istituzioni, dalle quali ci si attende altrettanto rispetto». Così, tanto per chiarire che la tregua, che per ora c'è, resta una tregua armata.