Cerchiamo di capire. La Corte costituzionale, si badi, non il pretore di Scurcola Marsicana, ma la massima autorità giurisprudenziale del paese, ha sentenziato che sul caso del cosiddetto rapimento di Abu Omar c'è stata una violazione del segreto di stato da parte dei magistrati di Milano. A parte qualche articoletto di cronaca, la notizia è scivolata come se nulla fosse.
Da destra come da sinistra c'è una convergente indifferenza, mascherata dietro dichiarazioni tiepide, come vi fosse fretta di sbarazzarsi dell'evento imbarazzante. Non sappiamo se questa convergenza silenziosa fosse anteriore agli eventi che hanno portato alla violazione del segreto di stato, additato dalla Consulta. Certo è, tuttavia, che essa risuona oggi in tutta la sua poderosa e fragorosa silenziosità trasversale. Non ci stupiremmo affatto se ci trovassimo ancora una volta di fronte a un pezzo di teatro sia pure da avanspettacolo, che ha consentito ai registi di fare uscire di scena i personaggi magari scomodi, ma potenti, a spese di quelli scomodi anch'essi a loro modo, ma per niente potenti per loro sfortuna. Pensiamo a Pio Pompa e a Renato Farina e domandiamoci se tutto il canaio che fu fatto per crocifiggerli valeva la pena, per poi scoprire che siamo di fronte a una violazione del segreto di uno stato comatoso e intubato, pronto da un pezzo per l'eutanasia. Può anche darsi che la destra, presa dagli affanni di governo, non voglia entrare in queste faccende un po' untuose e un po' noiose della procura di Milano. Neppure possiamo imporre gli argomenti alla facondia di Dario Franceschini, ma certo è che questa inerzia, questo silenzio distratto e bipartizan sono davvero singolari. Se non sono l'esito di un patto scellerato, ricordano tuttavia una delle tante convivialità caserecce a base di crostate o di torte alla mimosa, tanto più sorprendenti perché questa volta trascurate persino dai soliti commentatori addomesticati.
Eppure non si dica che non c'è di che chiedere ragione. Recita l'articolo 255 del codice penale: «Chiunque, in tutto o in parte, sopprime, distrugge o falsifica, ovvero carpisce, sottrae o distrae, anche temporaneamente, atti o documenti concernenti la sicurezza dello Stato od altro interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a otto anni». Recita l'articolo 256 del codice penale: «Chiunque si procura notizie che, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete è punito con la reclusione da tre a dieci anni». Recita l'articolo 257 del Codice penale: «Chiunque si procura, a scopo di spionaggio politico o militare, notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato, o comunque, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni».
Come si può capire, violare il segreto di stato non è come ubriacarsi di Chianti e poi abbandonarsi a schiamazzi notturni. Certo, nessuno è stato accusato o tanto meno condannato, ma nessuno neppure ha chiesto: allora che cosa si fa? Non c'è stata né una parola decisiva del governo né una dei presidenti delle camere, di fronte a un fatto che vede coinvolti in maniera gravissima e per fatti gravissimi una quantità di magistrati che continueranno ad amministrare giustizia incuranti del misfatto additato dalla Consulta. Non c'è una procura che abbia aperto un fascicolo, né una presidenza della repubblica o un consiglio superiore della magistratura che ammoniscano, come ammonirono per molto meno e nel recente passato. E il parlamento, spesso rissoso e vociante per sciocchezze da stadio, è silenzioso come un cimitero. Neppure i capigruppo, magari anticipando le future usanze, sembrano volerne parlare. Ma sì, dopo tutto, che segreto di stato sarebbe, quantunque violato, se tutti ne parlassero?