Copia un po' sbiadita di Walter Veltroni, come se il fax che lo ha trasmesso da una condizione di mezzo anonimato fino alle altitudini della segreteria del partito avesse quasi esaurito l'inchiostro, Dario Franceschini aspira a essere il duplicato anche del grande accusatore di Walter Veltroni. Arturo Parisi? No, e neppure Massimo D'Alema o Pier Luigi Bersani, ma Tonino Di Pietro, al quale il neosegretario democratico invidia l'antiberlusconismo di grana grossa, la voce più grossa ancora, forse pure gl'inciampi linguistici e il fisico robusto da battaglia del grano, ma sicuramente i gesti plateali. Di qui la fulminea riproposta, non appena eletto, di proclami antiberlusconiani stile anni novanta e il giuramento di fedeltà alla costituzione della repubblica (un «patto con gl'italiani» dei poveri) pronunciato alla presenza del babbo partigiano e delle telecamere. Soltanto il giorno prima, a Roma, nel corso del concilio che avrebbe eletto Franceschini al Sacro Soglio democratico, la capogruppo del Pd al senato, Anna Finocchiaro, aveva invitato i delegati ad astenersi dalle zuffe in pubblico «per non fare il gioco delle telecamere». Ma evidentemente c'è telecamera e telecamera: se alcune fanno il gioco degl'infedeli mostrando le cose come stanno, cioè fazioni di democratici in guerra tra loro per il controllo del partito e di poco altro, altre telecamere (più devote alla causa) fanno il gioco dei veri credenti raccontando la favola bella del segretario che, a differenza dei berluscones nemici della democrazia, rende onore alla Costituzione della Repubblica come le beghine, sgranando rosari e sfilando svelte in processione, rendono onore alle reliquie dei santi. Veltroni, ricorrendo ad argomenti di gran lunga meno rozzi e scenografici, è riuscito a perdere per strada, in meno d'un anno, un terzo o quasi dell'elettorato. Franceschini, giudicandolo da queste prime mosse, prima il giuramento di fedeltà alla Costituzione col quale ha vanamente tentato di rubare la scena al Festival di Sanremo, poi gli anatemi contro Berlusconi barbaro e tiranno che come al solito non stanno né in cielo né in terra, sembra deciso a stabilire un record: portare quel che resta del partito all'estinzione.
Già sotto Veltroni (non sempre ma quando il segretario perdeva, insieme ai consensi elettorali, anche la lucidità e il controllo dei nervi) il partito democratico aveva qualcosa del gruppuscolo, in primis la mancanza di moderazione. Scarsa la moderazione politica, praricamente nulla la moderazione nello stile e nel linguaggio. Franceschini, da ex democristiano educato all'arte funambolica dell'intercessione, della mediazione e della composizione delle differenze, avrebbe potuto ricorrere a questa gaia scienza democristiana. Ma c'è un ma: la sinistra dc, oggi come ai tempi d'oro, si fonda su una cultura gruppuscolare da fare invidia ai Comunisti italiani. Perciò niente sottigliezze tattiche ma il solito appello, in stile dipietrista purissimo, allo zoccolo duro della nazione che, quando non inneggia ai magistrati infallibili, inneggia, più in astratto, all'infallibilità della costituzione. Fuffa, tirando le somme, spacciata per politica.